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Full text of "Vita di Francesco Filelfo da Tolentino .."

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f- 



'</^ ۥ 



VITA 



DI 



FRANCESCO FILELFO 



DA TOLENTINO 



DEL CAVÀLIERS 



Il • 

I É 



CARLO DE' ROSMINI 



ROVERETANO 



TOitO I. 



MILANO 
PRESSO LUIGI MUSSI 



M. DCCC. THI. 



A GIAN-GIACOMO 

T R I V U L Z I 



CIAMBERLANO DI S. M. 



L'IMPERATOR DE' FRANCESI 



E RE D'ITALIA 



L' A U T R E 



ili inveterata usanza fra parenti ed 
amici nel giorno del loro nome di pre- 
sentarsi a vicenda in pegno ed in me- 
moria del loro amore e della loro ami- 
stà. Volendo io vostro amico, e permet- 
tete che il dica fra i primi, in questo 



IV 



di a voi, e a tutti i vostri conoscenti 
solenne seguir quest'abitudine, a voi che 
dar potrei che vile non fosse ed inutile? 
Il perchè mi sono avvisato di offrirvi uu 
libro, e un libro da me composto, sul 
quale, come dirò appresso, avete ezian- 
dio di molti diritti. E quale a voi più 
caro dono d^un libro, a voi non sola- 
mente caldo amatore de' buoni studj ma 
coltivator felicissimo, a voi che non con- 
tento d'una ricchissima libreria ereditata 
dagli avi vostri, avete voi stesso impie- 
gate grossissime somme onde formare 
una vostra tutta propria raccolta de' più 
preziosi e rari volumi cosi a penna che 
a stampa che si conoscano, la qual meri- 
ta oggimai la curiosità e l'attenzione de' 
forastieri più illuminati? Un libro èra 
dunque il miglior dono che io farvi po- 
tessi, e un libro da me dettato come a 
voi più gradito per la tenera amicizia 



che da tanti anni per me nutrite, un libro 
finalmente il quale, come sapete, ebbe 
il suo cominciamento, non sono ancora 
trascorsi i due anni, a Varese, alTocca- 
sione di' passarvi un delizioso autunno 
con voi in casa vostra. 

Detto il motivo che mi spinse a presen- 
tare a voi quest'opera mia, è dover che 
di quelli vi parli che mi mossero a farla, 
e degli ajuti ch'io m'ebbi per compierla. 
Parrà a prima vista ai mezzanamente eru- 
diti del tutto inutile una nuova Vita di 
Francesco Filelfo. Di fatti alcuni scrit- 
tori trattarono ex professo di lui, ma in-r 
finiti altri, com'esigea il disegno delle 
opere che avean per le mani, distesero 
intorno a lui lunghi articoli. Diciam pri- 
mamente alcuna cosa de' primi, i quai 
furono ( per tacer degli autori di certe 
Vite d'una o due pagine ) Vespasiano Fio- 
rentino, Gabriele Pavero Fontana, uno 



VI 



scrittore del secolo xvi ignoto a tutti 
insin qui, il Foppio, il Nicerono, e quel 
che per merito dovea esser collocato pri- 
mo fra tutti, il signor Lancelot. 

La Vita del Filelfo scritta da Vespa- 
siano Fiorentino è brevissima cosa, pure 
mi ha fornito di qualche opportuna no- 
tizia. L'anno 1776 il signor Luigi Erne- 
sto Riccomanni nascosto sotto TAccade- 
mico nome di Candido^ da un codice di 
un suo amico la pubblicò in Roma arric- 
chita di note coi torchi di Giovanni Bar- 
tolomichi. Qual che la ragione si fosse, 
questo libriccino in sì breve corso di anni 
divenne raro per forma, ch'io per molti 
mesi ne feci indarno le più diligenti ri- 
cerche. Il perchè voi essendo in Roma, 
riuvenutcyie a stento un esemplare, ri- 
stampare il faceste sì scrupolosamente 
imitando la prima edizione, che in pro- 
cesso di tempo i laboriosi bibliografi pub- 



VII 



blìcheranno conghietture ed osservazio- 
ni, per indovinar quale in realtà delle 
due sia la legittima e vera edizione. 

Il Vespasiano però, comechè del Fi- 
lelfo contemporaneo, oltre all'ignorar la 
maggior parte delle vicende di lui e 
delle opere sue, idiota qual era, pronun- 
ziò molte cose ora ridicolose ora false. 

Gabriele Pavero Fontana, sebbene nel 
suo opuscolo che ha per titolo Merlarti^ 
ca Prima stampato a Milano nel 1481 
alcune notizie abbia inserite che illu- 
stran la Vita del Filelfo, sua prima cura e 
suo intento si fu di difenderlo dalle in- 
vettive di Giorgio Merula, onde piutto- 
sto che una Vita scrisse un'apologia, e 
nascose scrupolosamente tutti i difetti 
del suo Precettore, compendiando quel 
solo che questi in propria lode avea 
scritto. 



vili 



E in quanto all'autor del secolo xvi, se 
Testrema rarità d'un^opera fosse indizio 
sicuro del merito d'essa, la sua Vita del 
Fìlelfo sarebbe la più pregevol di tutte. 
£' scritta in lingua latina e stampata, e 
ove quella del Lancelot si eccettui, è la 
più voluminosa di tutte. E pure, com'è 
detto, fra tanti scrittori che del nostro 
Filelfo parlarono, un solo non ne trovai 
che mostrasse, non che di averla veduta, 
ma di saper né tampoco che mai fosse 
stata composta. Il merito di avermela 
fatta conoscere è dovuto al celebre si- 
gnor cavaliere don Jacopo Morelli cu- 
stode della Regia Libreria di S. Marco a 
Venezia. Egli me ne mandò esatta copia, 
non avendo creduto bene di esporre agli 
accidenti d'un viaggio il rarissimo esem- 
plare stampato. L'autor d'essa non sap- 
piamo precisamente chi fosse. Dalla de- 
dica che dell'opera sua fa a Monsignor 



IX 



Paolo Giovio Vescovo di Nocera il Senio- 
re di cui tesse grandissimi elogj, impa-» 
riamo che di patria era Venosino, di no- 
me Angelo preceduto dalla iniziale N 
che significa forse JVico/ò, di dignità eccle- 
siastica, e capo del clero di Tolentino^ 
chiamandosi egli Cleri Tolentinatis Ari'^ 
tistesy il che nel caso suo viene a dire 
Piovano (0. 

Ma per parlar delPopera sua, ( da che 
di lui non ho potuto trovar chi faccia 
menzione alcuna, e né tampoco il Santi* 
ni nel suo Saggio di Memorie della città 
di Tolentino ) debbo confessare ing^nUa- 
mente, che nulla essa aggiunse alle mie 
cognizioni intorno al Filelfo. E' scritta 

(t) Solamente nell'anno i586 la Chiesa Maggiore di 
Tolentino per moto proprio del Pontefice Sisto V fu 
dichiarata Cattedrale, e il capo d'essa che per l'innanzi 
era stato sempre chiamato Piovano, ehhe gli onori di 
Vescovo. Vedi Santini, Saggio di Memorie di Tolert'^ 
tino pag. 154. 



con rozzo stile, con ninna critica, senza 
ordine, senza giudicio. L'autore non ha 
altro fatto che insieme cucire varj ti^atti 
delle lettere del Filelfo ove ragiona di 
se medesimo. Ma quando il Piovano seri- 
ve egli stesso, egli è allora che mette di 
se più compassione. E' un nojoso decla- 
matore che ad ogni passo, ed anche fuor 
di proposito trincia in aria magistrale sen- 
tenze tolte da' sacri libri, quasi dettasse 
dal pergamo. Parlando del Filelfo, ra- 
giona di lui come d'uomo da venerarsi 
quanto prima sopra gli altari. Se gii 
prestiam fede, ninno fu più mansueto, 
più paziente, più dolce^ più puro di lui. 
Egli però comechè a lui sì vicino di 
tempo, era sì poco informato delle vi- 
cende di lui, che il fa morto a Bologna, 
all'età di novant'anni, quand'egli mori 
realmente a Firenze di ottanta tre. Er- 
rore in cui cadder più altri, e il Giovio 



XI 

segnatamente nell'Elogio elisegli pure 
compilò del Filelfo, servendosi per av- 
ventura dì queste tumultuarie memorie 
a lui dedicate nel tesserlo (0. 

Da quest' Opuscolo del buon Piovano 
non si rileva né il luogo ove fu impresso^ 
riè Tanno, né lo stampatore. Il signor 
Cavaliere Morelli però per fatti confron- 
ti é disposto a credere che ciò fosse in 
Roma dal Biado, essendo e per carta e per 
caratteri e per forma in tutto eguale ai 
Dialoghi d'amore di Leone Ebreo e alle 

(i) Il primo però a commettere quest'errore intorno 
al luogo della morte del Filelfo, fu fra Jacopo Foresti 
da Bergamo nel suo Supplemento delle Croniche unì" 
versali y di cui l'edizione più antica è di Venezia del 
1483. Egli però se ne avvide e il corresse nel i5o5 
come rilevasi da un'edizione del iSi3 pur di Venezia 
ove leggesi una lettera dell'autore del detto anno i5o5. 
In quest'edizione, parlando del Filelfo dice: ohiit FlO" 
renticB in anno salutìs nostrce 1481 etc. Pur tale errore 
sebben dall'autore corretto^fu riprodotto nelle posterio- 
ri edizioni dell'opera sua, e nelle traduzioni italiane 
eziandio . 



XII 



due opere del Giovio delle Cose de' Tur-^ 
chi 3 e della Vita dello Sforza^ le due pri- 
me nel i535, l'ultima nel 1 539 stampate 
in Roma dal detto Biado. Finalmente 
attribuisce egli l'estrema rarità di questo 
libricciuolo alla cura grande postasi nel 
sopprimerlo, a cagione della mostruosa 
negligenza e scorrezion della stampa e 
mancanza d'ogni interpunzione, onde al- 
cuni passi a gran fatica s'mtendono. 

Giovanni Arrigo Foppio nel V, Tomo 
delle Miscellanee di Lipsia, pubblicò una 
Vita del Filelfo, ma non fece in essa che 
ripetere quello che avea già scritto il 
Lancelot, poco altro aggìugnendo del 
proprio che la traduzione in latino. Nelle 
memorie letterarie delle quali fu compi- 
latore il Nicerono (0, si legge una Vita 

(i) Memoìres pour servir a VHistoire des Hommes 
Illustres dans la Repuhìique dts Lettres Tom. VI. pag. 
71 Ediz. Parig. del lyaS. 



XIII 



del Filelfo sì breve, sì vacua, e si ridon«- 
dante di errori e di favole ch'è un vero 
obbrobrio di quell'opera altronde tanto 
applaudita. A questa vergogna si riparò 
non male per altro nel Tomo quarantesi- 
mo secondo dell'opera stessa (0, percioc* 
che si pubblicò una Vita e copiosa, ed 
esatta, e giudiciosa di Francesco Filelfo, 
la quale però ove qualche espressione si 
eccettui, è la stessa che alcuni anni pri* 
ma avea messa in luce il signor Lance- 
lot (a), della quale dobbìam dire per ul- 
timo. 

Questa Vita convien confessarlo è con 
molta diligenza tratta dall'opere del Fi- 
lelfo, e non manca eziandìo in alcuni 
luoghi di buona critica, sebbene Tautor 



(j) Stampato Tanno 1741 pag. ùHo. 

(a) Memoires de Litterature tirez des R^gistres de 
r Accademie Rojrale des I nscriptions et BelUs Lettres, 
Tom. X. 



XIT 



d'essa egli pure sia caduto in errori^ e 
in quel massimo di dissimulare i difet- 
ti, anzi le colpe dalle quali fu macchia- 
to il Filelfo. Ma il Lancelot non vide 
( e ciò fu di tutti gli altri Biografi che il 
precedettero ) che le Opere del Filelfo, 
uè forse fra queste anco tutte, che sono a 
stampa, onde errò molte fiate senza sua 
colpa, e molte cose passò sotto silenzio 
che meritavano d'essere conosciute. Quel 
che di lui, e degli altri abbiam detto, 
può generalmente dirsi degli scrittori di 
articoli intorno al Filelfo inseriti nelle 
varie lor opere, E per tacere dei Fazio, 
dei Giovio^ dei Tritemio, dei Tollio, dei 
Fabrizj, dei Cimma^ dei Crescimbeni, 
dei Quadrio^ dei Querini, degli Agostini, 
dei Santini e d'altri mille, che appena 
meritano al proposito nostro d'esser ci- 
tati, il Sassi, lo Zeno e il Tiraboschi scris- 
sero lunghe e bellissime dissertazioni in- 



XV 



torno al Filelfo, che noi allegheremo più 
volte con quelle espressioni d'onor che 
si meritano. Ma oltre che Tidea delle lor 
opere loro non permetteva di tessere una 
compiuta tela intorno a lui, essi pur cad- 
dero in molti errori ed ommissioni im- 
portantissime, per avere infiniti monu- 
menti ignorato che in varie librerie si 
conservano inediti, e segnatamente nel- 
la vostra domestica. Di tutti questi io 
fui ricco a dovizia, ed è per ciò ch'io 
mi lusingo d'essere in istato di pubbli- 
care una Vita tutta diversa da quelle che 
si son vedute insin qui, e di mettere in 
chiaro lume moltissimi punti o contro- 
versi, od oscuri, o anche ignoti. 

Ricchissima miniera di nuove e pere 
grine notizie fu a me quel famoso codice 
che è uno de' più preziosi giojelli della 
libreria di vostra Famìglia, cioè l'Episto- 
lario del Filelfo che troverete mille volte 



XVI 



citato in quest'opera mia, il quale oltre 
al conteDer tutte le epistole che impresa- 
se furono nella più ampia edizion dì Ve«» 
nezia del i5cii divise in xxxvii librì^ 
undici altri libri d'inedite ne contiene 
che illustrano quattro anni della vita 
del Filelfo che a tutti furono ignoti. 
Oltracciò negli altri libri, che fra gl'im- 
pressi si leggono, novanta epistole in 
questo codice qua e colà sparse si trova* 
no che mai stampate non furono^ e una 
parte d'esse della maggiore importanza. 
Finalmente cento e dieci lettere gre* 
che inedite tutte, ove tre sole si eccet- 
tuino pubblicate colla traduzione Italia*- 
na dall'abate Angelo Teodoro Villa nei 
due volumi della Raccolta Milanese del 
17S6, e 1757. Ignorando io, come sapete, 
la lingua Greca, ebbi ricorso all'incom- 
parabile gentilezza del signor Carlo Ot- 
tavio Gastiglioni, raro ornamento dì que- 



XVII 



gta vostra città di Milano^ il quale sul 
più bel fiore degli anni suoi, già profeti* 
do nella cognizione delle scien2e le più 
severe, delle lingue e dell'arti, è riguar* 
dato come modello difficile troppo ad 
imitarsi dai giovanetti suoi pari^ mentre 
già agguaglia gli uomini più consumati 
negli studj, e negli anni. £gli sì è com-*^ 
piaciuto di tradur le più importanti let-^ 
tere greche del Filelfo e di tutte l'altre 
di farne l'estratto, del quale, come ve- 
drete^ ho saputo giovarmi a suo luogo. 

Altro carissimo e splendidissimo co- 
dice della vostra domestica libreria sono 
gli otto libri del poema inedito del Fi- 
lelfo intitolato SphortiaSj di cui tra Mo^ 
numeriti inediti la descrizion troverete 
di mano d'uno de' vostri antenati sì be« 
nemerito e della libreria stessa e del 
famoso vostro museo. Non parlo d'altri 
codici e libri infiniti di vostra famiglia 



XVIII 



e vostri, d'alcuni de' quali farò oppor- 
tunamente menzione, che conferirono 
assai al compimento di quest'opera mia: 
ed ecco spiegato ciò che da prima vi dis- 
si, che voi su questo mio libro qualun- 
que sia avete di molti diritti. 

La verità però esige ch'io vi confessi, 
che anche fuori di casa vostra di molte 
peregrine notizie ho raccolte. Nella li- 
breria Ambrosiana ad esempio^ oltre mol- 
te orazioni, poesie ed epistole inedite, e 
quelle in ìspezialità di Pier Candido De- 
cembrio, l'opera pure inedita del Filelfo 

potei esaminare a grand' agio intitolata 
de Jocis et Serììs. Nel volume de' monu- 
menti troverete molti epigrammi tratti 
da questa. 

Ma nell'atto di parlarvi della libreria 
Ambrosiana, il mio cuore riconoscente 
vuol ch'io vi nomini quell'uomo incom- 
parabile per virtìi, per. dotti:ina e per re- 



XIX 



condita erudizione ch'è d'essa custode, 
il quale a buona ragione io chiamar so^ 
glio il Magliabecchi d'Insubria. Voi ben 
capite ch'io intendo il signor abate Don 
Pietro Mazzucchelli sì meritamente elet- 
to Bibliotecario, e Custode del Museo di 
vostra famiglia* Egli in tutte le mie let- 
terarie ricerche mi fu sempre con rara 
bontà compagno, scorta, e maestro. 

Molte lettere della maggiore importan- 
za e del Duca Filippo Maria Visconti, e 
del Duca Francesco Sforza, e del Filelfo 
medesimo e d'altri personaggi trovai 
nell'Archivio General di Milano, e la 
lode dello avermele fatte conoscere, e 
agevolata la diffìcultà dello trascriverle 
io debbo alla gentilezza di quelferudito 
Archivista signor Michele Daverio noto 
alla Repubblica Letteraria per opere già 
impresse, e più noto ancora in appresso 
per quelle che s^imprimeranno sì tosta 



ch'egli sì risolva di far tacere ì suoi seni-* 
poli e la sua soverchia modestia^ in vista 
dell'utilità e del desiderio del puhhlico. 

Quanto poi io debba al signor Profes* 
sore Francesco del Furia Bibliotecario 
della Laurenziana e Marucelliana in Fi* 
renze; quanto al celebre signor abate 
Don Giovanni Andres custode della Re* 
già Libreria di Napoli voi stesso il vi sa- 
pete, voi che v'incaricaste di farmi per- 
venire del primo molte lettere inedite 
del Filelfo a Pietro e a Lorenzo de' Me- 
dici tratte dall'archivio della vecchia Se-» 
greterìa fiorentina di Stato ; del secondo 
poi alcune poesie del Filelfo e d'altri 
che ni'han fornito di molti lumi e di 
molte notizie. 

Aggiugnete a tutto ciò i bei monu- 
menti ch'ebbi da Torino dal signor Gian- 
Francesco Galeani Napione mio caro a- 
mico noto all'Italia per molte utilissime 



XXI 



opere pubblicate; da Pavia dal signor 
Professor Siro Comi benemerito del Fi- 
lei fo per la sua dissertazione Philelphus 
Archigymnasio Ticinensì vìndìcatus; da 
Vicenza dal cnltissimo signor dottore 
Francesco Testa. 

Dopo tutto ciò, vel confesso, mi sor^ 
gea in mente un pensiero che mi disani-» 
mava^ e nascea dal timore in che era non 
forse coloro che letto avesser sin qui, 
conoscendo di quanti ajutì e mezzi fui 
ricco^ s'aspettassero di leggere un'opera 
tutta nuova ed originale^ ma innoltrati 
poi alquanto nella lettura d'essa, non 
trovando per avventura che un ammasso 
informe di cose, senz'ordine, senza criti- 
ca, senza gusto, gittassero delusi il libro 
e sdegnati. Pure con più maturità riflet- 
tendo, conobbi d'avere anche in ciò ben 
provveduto, a voi la proprietà e l'arbitrio 
cedendo di quest'opera mia. Perciocché 



XXII 



essendo voi verace mio amico e quindi 
geloso deli'onor mio, se conoscerete che 
questa esser mi possa d'obbrobrio, facen- 
done un sagrificio generoso a Vulcano la 
condannerete alFobblio, e ove tal la tro<» 
viate che comechè non senza difetti, pos- 
sa di qualche giovamento essere all'eru- 
dizione e alle lettere, la manderete in 
luce, e in tal caso, conscio io per lunga 
esperienza del perspicace e fino vostro 
discernimento, non avrò più motivo d'es- 
sere inquieto intorno al tanto e sì giu- 
stamente temuto giudicio del pubblico» 



Milano questo dì 25 Luglio 1808 
dedicato a S. Giacomo. 



DELLA VITA 
E DEGLI SCRITTI 



DI FRANCESCO FILELFO 



DA TOLENTINO 



LIBRI TRE 



DELLA VITA 



E DEGLI Sq RITTI 



DI FRANCESCO FILELFO 



DA TOLENfENfO 



LIBRO PRIMO 



jii quasi universale costume ne' moderni scrit- 
tori delle Vite degli uomini celebri o di pre- 
sentare colui che a far noto imprendono qual 
modello d'ogni virtù così letteraria come mo- 
rale dissimulandone coi^ ogni cura ed astuzia 
i difetti, oppure con divisamento contrario di- 
pingendo qual mostro un altro nel quale i de- 
litti e gli errori furono in maggior numero che 
non i pregi e le virtù che nascondono colla 
istessa accortezza che i primi studia vansi di 
far risaltare. 

Chi bene esamina il fine si dagli uni che 
dagli altri propostosi è ottimo, perciocché quel- 
li tentano di muovere all'imitazione chi legge 
e all'amore della virtù, e questi alla fuga e 



4 

all'abborrimento del vizio: ma è però forza il 
dire, che le Vite da loro dettate altro non son 
che Romanzi, i quali posson per awentm'a utili 
essere alla morale, ma niente alla storia, anzi 
né pure alla prima per quelli chiamino di esa- 
minar in fonte ogni cosa e che scorgano quindi 
d'essere stati ingannati. 

Noi nello scrivere di Francesco Filelfo da 
Tolentino famoso non tanto per le molte virtù 
sue letterarie che per i molti vizj che Io brut- 
tarono abbiam voluto tenere una strada diver- 
sa, quella cioè che ci hanno insegnata gli an- 
tichi, ed hanno calcata eziandio, e Plutarco 
segnatamente sovrano modello anche in que- 
sta maniera di scrivere. Quindi del Filelfo trat- 
tando direm qual veramente fu, non quale 
avrebbe dovuto essere, fuggendo Pesagerazio- 
ne e lo straordinario si ne' vizj come nelle vir- 
tù, e cosi naturalmente e veracemente dettan- 
do crediam di poter meglio ottener quell'in- 
tento che gli altri scrittori abbiam detto avere 
avuto per mira. 

L'anno 1398 ai 2^ di Luglio (0 nacque Fran- 
cesco Filelfo in Tolentino, terra della Marca 



(i) Lib. I. pag;. 7 BartholomcBO Fracanzano. In venticpiattro e più 
ejiiftoU parla il Filelfo dell'anno e del ^omo in cui nacc^e, ma noi 
non amiamo le inutili citasionl. 



d^Ancona, d'onesti è civili parenti (0 che che 
intomo ai suoi natali detto abbia un accanito 
suo emulo, che in ciò non è punto degno di 
fede (*). Ancor giovinetto fu inviato a Padova 
ove con singoiar fervore a varie discipline ad 
un tempo si diede sotto diversi de' più cele- 
bri Professori. Ne' giorni da lui chiamati ardi" 
narj studiava il diritto civile e le leggi sotto i 
due Raffaeli Fulgoso (^), e da Como (4); e ne* 
giorni straordinarj ^ la mattina imparava l'ora- 
toria alla scuola di Gasparino Barzizza, e il 
dopo pranzo filosofìa a quella di Paolo Vene- 
ziano dell'ordine degli Eremitani (S). Queste 
notizie ignote a tutti i Biografi che han parla- 
to del Filelfo, i quali altro precettore a lui non 
assegnano in Italia ch^ il nominato Gasparino, 
abbiam tratto da una sua epistola inedita del 
codice Trivulziano indirizzata a Carlo Barba- 



(i) Paverus Gabriel Fontana in Merlanica Prima. Vespesiano Fio* 
Tentino Commentario sopra la Vita di Francesco Filelfo. 

{%) Poggio Fiorentino, che conosceremo a suo tempo feroce nemico 
del Filelfo, dal qnal però fu corrisposto ad usura, nella sua prima In- 
Qettiva ( Vedi Poggi Opera ) dice cVehbe per Madre la Lavandaia 
d*un Macellajo, e nelle sue Facezie che il Padre di lui era figliuolo 
d'un Prete. Il confutar simili infamie dal solo Poggio affermate sa- 
rebbe un far poca stima del tempo cb*è sì prezioso. 

(3) Costui fu Piacentino, e celebre fra i Giureconsulti. 

(4) Della famiglia Raimondi di ^ella città. 

(5) Egli è quel famoso Paolo Nicoletti detto il Veneto^ non per- 
chè nascesse a Venezia, ma perchè quiri fìi educato» « vestì l'abito 
religioso. Del resto è creduto comunemente Udinese. 



\ 



vara. Noi non riportiam la lettera intera e 
perchè lunghissima, e perchè cose contiene 
che Inonestà e la decenza ci vietano di pub- 
blicare ('). Tali furono i progressi che in gra- 
zia del vivace suo ingegno, e pronto intelletto 
sotto questi esimj Precettori . egli fece, che fu 
ben presto creduto degno ed atto ad insegnar 
quelPeloquenza ch'egli sotto il Barzizza impa- 
rava, e quivi in Padova eletto ne fu Professo- 
re all'età di i8 anni all'incirca (*); cosa di raro 
esempio siccome in tutti, cosi in ispezialità di 
que* tempi. 

Con quanto valore e profitto de' suoi disce- 
poli esercitasse egli un tale incarico apparisce 
da ciò che non molto tempo dopo fu chiamato 
qual Professor d'eloquenza e morale filosofìa 
pure a Venezia, ove ne' due anni che quivi 
allora stette, cioè dal 141 7 al 141 9 ebbe ad 

(i) Ecco il passo inedito del Filelfo. 

Exemplum mihi occurrit nostra tempestatis et celebre et per» 
vulgatum Pataoii. Agebam ego decimum octaffum cetatis atìnum 
quo quidem tempore Patavii diebus ordinariis studebam legibus 
et juri cwili sub excellentissimis duobus illis Raphaelibus Fulgo- 
sio Comensique . Extraordinariis vero diebus, audiebam mane Ortt» 
toriam docentem disertissimum Rhetora Gasparinum Bergomen^ 
Sem* Nam. post prandium operam dabam Philosophice sub erudii 
tissimo doctissimoque philosopho Paulo Veneto ordìnìs Eremitanom 
rum, cujus et in dialecticis et in universa pkilosophia extant vom 
lumina quamplurima per acute excogitata elucubrtttaque subtili** 
eime et e. 

(a) PkU. Epi«t. Li^. XXYI. Leodrysio Crihello. 



7 

alunni i più cospicui Patrìcj di quella fioren- 
tissima città ('), e tra questi il celebre Bemaiv 
do Giustiniani del quale altrove abbiam det- 
to {*)• Quivi conobbe la prima volta i due fa^ 
mosi uomini Vittorino da Feltre, e Guarin da 
Verona assai maggiori d'età di lui che profes^ 
savane eglino pure greca e latina letteratura, 
ma soldati già veterani, per servirmi delle sue 
espressioni medesime, mentre egli era ancor 
principiante (^). Con esso loro strinse egli ah^ 
lora i nodi della più affettuosa amicizia, la 
quale né pure in processo di tempo, se alle 
sue parole vogliamo prestar fede, non venne 
meno, comechè alcuni maligni uomini tentas- 
sero d-insinuar fra loro il yelen dell'invidia e 
il sospetto (4). Abbiam però altrove veduto (^) 
e avrem tuttavia occasion di vedere che al- 
men per ciò che riguarda il Guarino, questa 



(i) Ecco smentite dai fatti le calunnie del Pogfgio ( Invettira I^ 
II, III ) ripetute poi ^ da Leodrisio Crivelli, i quali affermarono che 
colto il filelfo in Padova in delitto che dalla natura medesima h 
avuto in orrore, e ciò con uno de' suoi discepoli, fosse ignominio- 
samente cacciato della città. £ egli verisimile cKe fosse accettato 
qual pubblico Professore a Venezia un sodomita, un uomo infame? 

(a) Vita e disciplina di Guarino Veronese e de* suoi Discepo- 
li, Tom. III. pag. 29. 

(3) Philelph. Lib. XVII. pag. ii5 Petro Perleonif 

(4) L. C. 

(5) Vita e disciplina di Guarino Veronese ec. Tom.. Ut pag. 
79 • itg. 



8 

proposizione non è cosi vera qual egli ci vor- 
rebbe pur persuadere. 

Fu quivi a Venezia che il nostro Francesco 
conoscendo per una parte la vanità delle cose 
terrene, e per Paltra la propria fragilità, me-» 
dito seriamente di togliersi al mondo e ai suoi 
pericoli, e raccogliersi in un porto sicuro ove 
terminarvi tranquillamente i suoi giorni. Di- 
visava di vestir l'abito di S. Benedetto nel mo- 
nastero di S. Giorgio Maggiore di quella città, 
ma un suo amico, cioè Bartolommeo Fracan- 
zano cui comunicò il suo pensiero ne lo dis- 
suase mostrandogli che ad un uomo del suo 
sapere non si conveniva gittar il tempo e il 
frutto raccolto da' tanti suoi studj, orazioni e 
salmi cantando (O5 profana proposizione e stol- 
ta, cui come tale dovette il Fracanzano con- 
dannar poscia altamente, da che pochi anni 
dopo elesse egli stesso quell'istituto e queU' 
abito che avea giudicati mal convenirsi al Fi- 
lelfo, di che il Filelfo stesso dolcemente il pro- 
verbia (*)• 

E' forza dire che anche a Venezia otte- 
nesse egli universale 1' applauso , percioc- 



(1) Philelph. Epìst. Lib. I. pag. 6 Bartholommo Fracanzano* 
Decad. IX. Hecat. Vili, 
(a) L. G. 



/ 



9 

che con pubblico decreto onorato fu della Ve- 
neta cittadinanza (0. Ma giudicando egli che 
al perfetto acquisto dell'eloquenza e della pro- 
fonda ed universale erudizione a cui aspirava 
molto avrebbe cooperato la scienza della lin- 
gua greca, mosso anche in ciò dall'esempio di 
Guarino Veronese e d'altri dotti suoi amici, ar- 
deva di desiderio di passare qualche anno in 
Grecia. Mancando egli però di mezzi ad un tal 
viaggio, ì suoi veneti protettori si adoperarono 
in favor suo e segnatamente Leonardo Giusti- 
niani. Perciocché oltre all'avergli ottenuto con 
decreto del senato ch'egli Segretario fosse del 
Bailo di Costantinopoli (*), il sovvenne ancor 
di denari onde fornirsi di ciò ch'era necessario 
al decorò del novello suo grado (^). 

Prima però di recarci col nostro Filelfo a 
Costantinopoli, dobbiam toccar di Vicenza ove 

(i) PMl. Epist. Lib. VI. pag. 89 Bernardo Justiniano. Lib.XXVl 
pag. 176 Leodrysio Cribello, 

Dopo ciò non può leggersi senza sdejpio ciò clie affenna il Pog«- 
gio (Invccti^a HI) ed è che il Filelfo cacciato da Padova venn» a 
Venezia, ove essendo con infamia mostrato a dito da tutti> fu q[uin» 
di costretto a vergognosamente partirsene. 

(a) Lib. XXVI. Epist. I. Leodrysio Cribello, Forse fu allora 
Bailo di Costantinopoli Pietro Querini. Scrivendo il Filelfo molti 
anni appresso a Lauro Querini» gli dice che avea inteso con piace- 
re che sano fosse Lauro suo padre, che avea egli accompagnato 
nella Costantinopolitana navigaaione, e cui molto dovea. Lil^. 
XVII. pag. it6. 

(3) Decad. Vili Hecat. VI. 



IO 



è certo ch*ei si trovava nell^atto ch'ei parti per 
quella città, ciò affermando m una sua episto- 
la ad Antonio Losco Vicentino suo amico (O, 
né vi si trovava già di passaggio, ma qual Pro- 
fessor d^Eloquenza. Tanto impariamo da una 
lettera di Francesco Barbaro a Pietro Tonn 
masi (*); nella quale dopo averlo ringraziato 
dell'ottimo accoglimento fatto a Giorgio Tra- 
pezunzio suo famigliare, il prega a maneggiar- 
si perchè i Vicentini sostituissero lui nella cat- 
tedra d'eloquenza si tosto che il dotto e fa**- 
condo Filelfo che l'occupava partito si fosse 
alla volta di Grecia, come avvenne di fatti 
dopo avere insegnato a Vicenza due anni C^). 

L'anno 14^0, non 141 9 come affermarono U 
Lancelot e lo Zeno, in qualità com'è detto di 
segretario del Bailo di Costantinopoli, s'im- 



Oltre a (piello di segretario del Bailo, par che il Filelfo avesse 
anche il titolo di Cancelliere della Curia Veneziana, e di Notajo 
Imperiale ( quest'ultimo forse l'ottenne dopo dal Greco Imperatore ) 
perciocché come tale si sottoscrive in atto pubblico fatto a Costan- 
tinopoli ai 14 di Novembre dell'anno i4a3 riportato dal Padre Labbe 
nella sua Collezione de* Condì j. Tom.. XYII dell'Edizion Veneta 
del Goleti Gol. io5. 

(i)Lib. II Epist. I. 

(a) Francisci Barb. Ep. XV. 

(3) Nella Libreria de' Padri Carmelitani Scalzi di Vicenza conu 
•ervasi un Codice che ha questo titolo Memorie intomo ai Pro» 
fessori di umane lettere che in differenti tempi ebbero icuola 
pubblica in Vicenza. Non porta nome di autore. Comincia all'epos 
om di Lotario I, quando questo Imperatore destinò Yicenia per le 



Il 

barcò alla volta di quella gran capitale (0. In 
quel viaggio impiegò egli cinque mesi aUC^in** 
circa f*), non sette come asserì il Lancelot^ 
Ond'ebbe l'agio di esaminar tutti i greci paesi 
che da Venezia sino a Bizanzio s'incontrano. 
Quivi appena giuntò si pose sotto la disciplina 
di Giovanni Grisolora fratello del celebre Ma-^ 
nuel Grisolora, e si applicò con tanto fervore 
alla lingua e alla greca erudizione, non tra- 
scurando nel tempo stesso le funzioni del suo 
uficio, che oltre all*essersi saputa coltivar Paf-« 
fezione delPillustre suo Precettore, fece anche 
di se parlar con lode alla corte dell'Imperato- 
re Giovanni Paleologò a tale, che questi, due 
anni dopo il suo arrivo, il voUe al proprio seiy 

pubbliche scuole^ alle quali cencorrer doverano anche i giovani delle 
ciicònTicine città, e termina all'anno i65o, allorché il peso tlella 
pubblica istruzione fu assunto per intero dai Gesuiti. AlPanno 1418 
leggesi il passo seguente. Francesco Filelfo fu discepolo di Gaspn" 
Tino Sc^rzizzaj ma doQe presso di lui apprendesse non mi è noto. 
Abbiam sopra veduto per confessione dello stesso Filelfo che fu a 
Padova. Quindi. Filelfo nella sola età di anni denti fu chiamato 
dai Vicentini per opera del celebratissimo Francesco Barbaro à 
leggeroi lettere umane, e due anni vi continuò. Ad esso successe 
Giorgio Trapezunzio etc. Questa importante notizia dobbiamo al 
chiarissimo signor Dottore Francesco Testa Vicentino modello non 
meno di erudizione, che di gentilezza. 

(i) Più per solazzo de* culti nostri lettori, che per necessità di 
smentir tali favole, direm che il Poggio nella sua tersa invettiva 
afferma che il Filelfo essendo in nave rubò non so che, per il qual 
Htrocinio nella nave stessa fu messo prigione, e vi stette insino a 
che restituito s'ebbe il mal tolto. 

(a) Decad. IX Hecat. Vili. 



I 2 



vigìo coIPonorevole titolo di suo segretario e 
consigliere (*>. Né questi titoli furona di sem- 
plice onore, perciocché quel Monarca di lui 
si giovò in diverse commissioni importanti 
del suo valore ed accortezza, nelle quali avea 
prima già dati non equivoci saggi. Perciocché 
ne' due anni che servì di Segretario al Bailo 
di Costantinopoli fu da questo spedito ad 
Amiu*at II. sovrano de' Turchi (in ciò errano 
il Lancelot ed il Tiraboschi attribuendo Tordi- 
ne di tale spedizione all'Imperatore di Costan- 
tinopoli ) a trattar di pace fra la Repubblica Ve- 
neziana e l'Impero Turco, e ne riportò il trat- 
tato felicemente conchiuso. Ciò impariamo da 
una sua lettera dettata in volgare che si con- 
serva nell'archivio generale di Milano scritta 
del 14^3 a Cicco Simonetta Segretario Ducale, 
che per essere inedita pubblicheremo più sotto. 
L'anno 14^3, dell'età sua venticinque come 
egli ci fa sapere in una sua epistola inedita del 
codice Trivulziano, (I) l'Imperatore di Costan- 
tinopoli lo mandò a Buda in qualità di suo 
oratore e ministro all'Imperator Sigismondo, e 
il Filelfo stesso ci descrive a lungo in varj luo- 
ghi quel viaggio dicendo che con tale occasio- 

(i) Phil. Epist. Lib. XXVI EpUt. I. 
Pareri Fontanas Merlanica Prima» 



i3 

ne esaminò attentamente la situazion de' pae*- 
8i, e i costumi de* popoli (0. Terminata a Buda 
la coDMnissione per la quale era stato inviato, 
mentre s'accingeva a partirsene, fu per Nun- 
zio invitato da Uladislao Re di Polonia ad as- 
sistere in qualità di Ministro Imperiale alle 
sue nozze. Fattosi dunque del seguito dell'Im- 
perator Sigismondo giunse a Cracovia ove il 
giorno degli augusti sponsali, che secondo il 
Cromer (*) furono celebrati ai la di Febbrajo 
12^24, ei recitò una sua orazione epitalamica 
alla presenza d'immensa folla di spettatori, 
per nulla dir de' sovrani e gran signori da tut- 
te le parti del mondo quivi concorsi. Restitui- 
tosi colla corte Imperiale a Buda, poco ap- 
presso vi giunse il suo signore Giovanni Pa- 
leologo di ritomo dall'Italia, il quale trattar 
doveadi affari di molta importanza coll'Impe- 
rator Sigismondo. Pensò il Paleologo di far 
precedere a Costantinopoli il Filelfo, accioc- 
ché stesse in attenzione, e sì studiasse di sopi- 
re i tumulti che in sua assenza vi potean per 
avventura far nascere il suo fratello Demetrio, 
giovine violento e torbido, e gli altri congiunti 

suoi che meditavano ognor cambiamenti. U 

<^— i*— — ^ii"^— — — .^— I 

(i) E|>ìst. Lih. XX pag. 141 Jacobo Cardinali Ticinensi, 
(%) Histor. Polon. Lib. XIX pag. 679. 



i4 

Filelfo per compiere più sollecitamente alla 
gelosa cura afìidatagli, prese la via più spedita 
ohe da Buda conduceva a Giostantinopoli^ li 
che far non poteasi senza passar per paesi do- 
minati da' Turchi. Il perchè fu da' suoi ami- 
ci ammonito dì star, in guardia se non volea 
€sser fatto prigione, e forse anche ucciso* Per- 
ciocché già si sapea aver egli passati più me» 
presso rimperator Sigismondo nemico acerbo 
de' Turchi, e quindi sarebbe considerato qua- 
le spia, e come tale punito.- Queste ragioni co- 
strinsero il Filélfo a ritorcere e prender la 
strada più disastrosa e più lunga. Imperò at- 
traversata la Transilvania entrò nella Vala- 
chia onde far alto in qualche luogo lungo il 
Danubio ove alcuna nave trovasse che il ri- 
cevesse e il restituisse a Costantinopoli^ Ma in- 
damo perchè ninna comparve. Fu dunque co- 
stretto errar per la Scizia, e dopo molte fati- 
che e stenti ad Aspro-Gastro luogo della Mol- 
davia in riva situata del mare Eusino perven- 
ne. Quivi dopo lungo aspettare vi giunse fi- 
nalmente con due leghi l'Imperatore medesi- 
mo Giovanni Paleologo, col quale accompa- 
gnatosi si restituì finalmente alla capitale del 
Greco Impero dopo un anno e quattro mesi 



iS 

d'assenza ('). Gola s'abbandonò di bel nuovo 
tutto V dolci suoi studj. Ma né gl'impieghi po- 
litici né le lettere furono le uniche sue occu-* 
pazioni. Amore fatai sorgente ad un tempo e 
di dolcezze e d'infortunj trovò la via di pene- 
trar nel suo seno, e ciò nella casa medesima 
dell'illustre suo Precettore. Avea Giovanni 
Crisolora una figliuola di singoiar bellezza do* 
tata per nome Teodora, la qual non é mera- 
viglia che piacesse al Filelfo giovine pieno di 
spiriti ardenti, e nella conjugale palestra d'ar-< 
mi meglio fornito che non è dell'universale 
degli uOTnini, perciocché egli era TpiOpjf^i^ (*). 
Gercò il Filelfo questa bella giovinetta che 
appena compiuti avea i 1 4 anni t^) in consorte, 
ed essa non fu crudele ai sospiri di lui, e il 
Padre di lei che amava il discepolo suo ai voti 
acconsentì d'amendue, i quali coronati furono 
dall'assenso dell'Imperatore di cui l'amabil 
Teodora era parente (4), 

(i) PKil«lph. Epist. Lib. XX pag. 141 Jacopo Card, Ticinensi. 

(1) Questa circostanza • fenomeno che non manca però d'altri 
esempli» ha voluto che noto fosse il Filelfo, parlandone egli in al* 
enni epigrammi de* suoi libri inediti />e Jocis et Seriis» Noi non 
riporterem che que* soli yersi che possono esser letti sensà arros- 
tire (II). 

(3) PhiL Epist. Lih. I pag. x. Leonardo JusHniano. 

(4) Gabr. Pay. Fontana in Merlanica Prima» 

Della consanguinità della famiglia Grisolora, eolla Gasa Imperiai 
dei Paleologi affermata dal Fontana ha. dubitato il Sassi ( HUt, 



i6 

Sposò dtmqne fl Fìlelfb questa fanciulla di 
schiatta nobilissima non solamente dal canto 
del Padre, ma della Madre eziandio per nome 
Manfredina, rampollo dell'illustre casa dei Do- 
ria (')• Portò essa al marito» oltre la nobiltà 
e la bellezza, ricca dote, e molti splendidi 
doni (*>• Parla il Filelfo assai spesso, come 
vedi'emo a suo luogo, di questa diletta sua 
moglie dalla famigliare conversazion della 
quale confessa d^aver meglio apparate le fìr- 
nezze, le eleganze e le proprietà del greco 
linguaggio, che non dalle eulte e letterate 
persone, per il motivo che le lìobili fanciulle 
qual essa viveano ritiratissime, non mai usci* 
vano che la notte di rasa, e allor coperte da 
hmgo e denso velo, e da' più fidati dome- 

Tjrpog. Litt. Mediol, pag. CCXXVI ) dicendo* non essere yerisì* 
nile che di s\ illustre affinità, se fosse stata rera, aresse taciuto il 
Fiiplfo, che solea pubblicar colla tromba ogni suo vanto, e che pui 
si tacque. Ma non si tacque già egli, e pubblicdy ciò appunto colU 
tromba poetica in un'opera che potea esser rednta dal Sassi, perchè 
stampata» cioè nell'Ecatostica terza» della decade sesta con questi 
Tersi. 

- *• - - Chrysoìora quis usquam 
« « - •* preclara Doma} te nescietf alto 
Sanguine Romulidum qum nobiliorìbus ortum 
Deducens titulis, priscisque ornata triumphis 
Re gè noQte Romm gaudebas fausta propinquo. 
Hoc Theodora genus genitor tibi casta superbum 
Tradidit etc, 
(i) Decad. VI Hecat. III. 
{%) L. G, 



17 

sdci accompagnate. Oltracciò giammai con^ 
istranierì non conversavano, e quindi il puro 
nativo linguaggio conservavano intatto qual 
appreso avean dalle fasce (0. 

Mentre il Filelfo dividea il suo tempo fra le 
dolcezze del matrimonio, il servigio del suo 
Sovrano, e gli utili studj la morte gli tolse il 
caro suo Precettore e suocero, e tal luttuoso 
accidente dovette in gran parte contamina- 
re Pattual felicità di che godea. Per non so-* 
spendere nientedimeno il corso delle già in- 
noltrate sue applicazioni, frequentò la scuola 
del Crisococce, o Grisococca Professore applau- 
didssimo, ove fu condiscepolo del celebre Car- 
dinal Bessarione col quale si strinse in amici- 
zia, e in cui ebbe poi sempre un fedele pro- 



(i) Phil: Epist. Lib. XXXYII. pag. 269 Laurentio Medici, 
Il Peggio, al solito, tno turpe calunniatore nella sua prima /»- 
vettÌQa contro di Ini, afferma che col delitto e colla sedufione ot- 
tenne il Filelfo Teodora in moglie. Anche Ambrogio Camaldolese 
potrebbe sparger qualche ombra intomo a queste matrimonio se il 
passo della lettera ove ne parla avesse un sentimento che potesse 
ragionevolmente spiegarsi, e non ìnostrasse d'esservi stato o intruso» 
o corrotto. Prego i miei lettori di esaminare la nona lettera del 
Libro ottavo fra le Epistole d'Ambrogio Camaldolese scritta a Nic- 
colò Nicoli. Quivi parlasi d'un delitto che non può convenire al 
Filelfo che né tampoco si nomina. Del rimanente vedrem che l'Ini* 
peratore di Costantinopoli lo invitò di bel nuovo alla sua corte 
dopo che ne fii partito, il che non è verisimile che fatto avesse 
con un violatore dell'ospitalità e dell'innoctnia d'una sua consan- 
guinea. 

Tomo J. Sk 



i8 

tettore ed amico (0,^, A consolarlo però deHa 
perdita del suocero molto avrà contribuito il 
figliuol primogenito ch'egli ebbe dalla sua ^po-t 
sa natogli il Luglio delPanno 14^6, cui pose 
egli i nomi di Giaiv-Mario Giacomo (^). 

Erano già varcati i sette anni da che egli avea 
abbandonata l'Italia, e già appien dotto egli era 
nella greca letteratura; pure cosi della sua si- 
tuazione era contento, che non pensava punto 
a cambiarla. Tutto era lieto per lui, com'egli 
stesso s'esprime (^). Egli bella ed amabil con- 
sorte, egli un sovrano che il ricolmava di di-* 
stinzioni, e di ricchi presenti (4), egli dovizia 
di codici che la precipua sua passione forma- 
vano (^). Ma i suoi amici di Venezia, e segna- 
tamente Leonardo Giustiniani, e Francesco 
Barbaro che tenevano con esso lui regolato 
carteggio, cominciarono a vivamente solleci- 
tarlo perchè ritornasse fra loro a tenere scuo- 
la di Greca Letteratura, lusingandolo colla 
speranza di ricchezze e d'onori. Egli non era 
per altro tal uomo da prestar fede di leggieri. 



(i) ÌPhilelph: Epist. Lib. VI. pa^. 41 Bessarioni Cardinali* 
(a) Lib. I. Ep. II. 

(3) Lib. I pa^. % Antonio Capanorensi. 

(4) PhiL Epist. Lib. II. pag. i5 Johanni Paleologo Regi et 
Imperatori et e, 

■(5) Pbil. Epitit. Lib. VI. pag. 41 Bessarioni Cardinali» 



19 

come cono8cerem meglio in appresso, a vaghe 
speranze che il più delle volte toman faUacij 
volea certezza e formali promesse, e queste 
^lì ehbe, e assai lusinghiere 0), sebbene poi 
alcune non prevedute circostanze fosser ca- 
gione che mancasser d'effetto le fattegli offer- 
te. I Patrìcj Veneziani adunque che lo pressa- 
vano al ritomo, gli offrivano cinquecento annui 
lEecchini di provvisione, somma a que' tempi 
rilevantissima, ch'essi medesimi di propria lor 
borsa pagati avrebbono. Perciocché questa 
promessa non gli fu poi tenuta, come vedrem 
quanto prima, quindi molti anni dopo scrivea 
al Micheli il quale una consimile esibizione fa- 
ceagli, che istrutto da quel primo esempio, né 
pur tutto Poro del mondo mosso l'avrebbe a 
fidarsi di offerte private. 

Che che quindi avvenisse, egli non potè re- 
sistere a si ghiotto incentivo, e si risolvette fi- 
nalmente di abbandonare Costantinopoli per 



(i) Tale circostanza per tutti inorata raccogliam da una sua 
lettera inedita del Codice Trivulziano diretta al Jureconsolto Pie- 
tro Micheli III. Un embrione di questa lettera leggiam pubblicato 
dal Mebns Ambros. Camald» Lib. XXIV. Bp. XXXYI. Dissi un 
enibrìone> perchè con molte lacune che interrompono il sentimento. 
Oltracciò è del tutto diyersa la data del luogo donde fu scritta, di- 
Terso il personaggio cui fa diretta, e mostra essere uno strano |ip» 
conamento di Taij squarci di diyerse lettere. 



ao 



restituirsi a Venezia. Onde non caricarsi di so- 
verchio bagaglio, anzi la sua partenza affidò 
ad alcune navi che partivano per l'Italia mol- 
te sue casse di libri (0, e di vestimenti di se e 
della moglie che indirizzò a Leonardo Giusti- 
niano (*), a Francesco Barbaro, e a Marco Li- 
pomano (^); ed egli colla consorte, col figliuolo, 
quattro schiave, e due servitori (4) parti da 
Costantinopoli ai a? di Agosto del 1427, e la 
sua navigazione fu si felice, che ai dieci di Ot- 
tobre sul mezzodì giunse a Venezia (^), dopa 
sette anni e cinque mesi ch'egli avea lasciata 
l'Italia (6). 



(i) Quai <{uesti suoi libri fossero, il narra egli stesso in una sua 
Epistola ad Ambrogio Camaldolese pubblicata dal Mehus. Ambros. 
Gamald. Lib. XXIV. Epist. XXXII. 

(a) Philelpb. Lib: I. pag. a Leonardo Justiniano, 

(3) Idem Lib. I. pag. i. 

(4) Ibid. 

(5) Male il Lancelot che fa partire il Filelfo da Gostantii|opoU 
ai a6 di Settembre, e il fa giiignere a Venezia ai io di Ottobre. Il 
passo del Filelfo è chiaro. Cosi dice egli nella prima di tutte le 
sue lettere stampate. Cum igitur ad sextum Kalendas Sep^ 
temhre^ ( cioè ai a6 d'Agosto ) solpissem ex urbe Constantinopolip 
hoc die, VI iduò Octobris ( cioè ai io di Ottobre ) ad vos redu, 

(6) Pare strano che lo Zeno scrittor per altro sì erudito ed esat- 
to cadesse a questo proposito ( Dissert. Voss. Tom. I. pag. aSo ) 
in uno sconcio errore affermando che il Filelfo dopo tre anni e 
-cinque mesi da che era partito da Venezia ei ritornò da Costanti^ 
nopoli, così contraddicendo a ciò che il Filelfo stesso narra di se nella 
prima fra tutte le stampate sue epistole. L'error dello Zeno fu adot- 
tato anche da un leggiadro scrittor vivente, che esiandio del Filel* 
fo ha parlato. Ma lo sbaglio di cui ragioniamo, non siam persuaii 
ehe sia dello Zeno, ma piuttosto di chi dopo la morte di lui ha a*i» 



AI 

Ma la 8ua sorpresa e il suo dolore furono 
grandi nel non trovar più quivi niun de' suoi 
' amici e protettori che con tante istanze Pavea- 
no chiamato, e lusingato . di tante promesse, e 
ciò ch'è peggio, trovò la città tutta afflitta e 
deserta per la pestilenza. Diede tosto avviso 
dell'arrivo suo a Leonardo Giustiniani, il solo 
che sebbene fuor di citta, era però pochi passi 
da essa lontano, cioè a Murano ove ritiratisi 
8Ìmo si vivea, e separato da ogni commercio 
degli uomini. Da questo ebbe in risposta una 
lettera piena di espressioni amichevoli, e di lu- 
singhe, ma proibizione di visitarlo insin tanto 
che non n'avesse da lui avuto l'invito (0. Ad 
ogni modo per non perdere - quivi affatto il 
tempo, e onde qualche utilità trarre al sostenta- 
mento della famiglia si diede ad aprir novella- 
mente scuola, a quel ch'egli dice, con molto 
suo onore (^), ma con poco guadagno alle la- 
gnanze ch'ei fa: ed era ben naturale che in 
una città infetta di pestilenza, quando il mi- 
glior rimedio preservativo è il gire altrove, e 

•ittito alla correzione e alla stampa delle dissertazioni yossiane. Poi- 
ehè lo Zeno poche pagine prima avèa scritto ( pag. 37$ ) il FileU' 
fp stette in Costantinopoli più di sette anni, e in proya di ciò 
cita l'epistola stessa da noi allegata. 

(i) Lib. I. pag. I Phil. Epist. Leonardo Justiniano, 

(9) Philelph. Epist. Lib. XXVI. Epist. I. 



A2 



a fuggire il consorzio e il contatto degli uomi- 
ni, fosse assai scarso il numero de' suoi uditori. 
Il perchè cominciò a scrivere, e a que' segna- 
tamente ch'erano stati cagione del suo ritor- 
no, richiamando alla memoria loro le prome^ 
se fattegli, e ajuto chiedendo e consiglio nella 
cattiva sua situazione. Ebbe da alcuni in ri- 
sposta calde esortazioni al partire, e a togliersi 
al perìcolo che il minacciava (0, da altri ccMa- 
gratulazioni sul suo ritomo in Italia (^), da 
molti premure perch^egli stesse bene chiuso e 
custodito in casa (^) da alcuni suggerimenti 
onde soffrir con rassegnazione l'attuale stret- 
tezza colla speranza di più prospero stato nell' 
avvenire (4), ma da niuno largo soccorso di de- 
nari onde provvedere ai bisogni della famiglia. 
Bella scuola morale per lui, onde conoscere gli 
uomini, s'egli in caso stato fosse d'approfittarse- 
ne. Ma egli pieno d'angustia, lasciando libero il 
freno alla lingua, proruppe in amare lagnanze 
dicendo che ben s'accorgeva che in se si avve- 
rava la favoletta esopìana del cane che si lasciò 

(i) Phil. Epist. Lib. I. pag. i Danieli Veturo, 
(a) Id. Lib. I. pag. i Marco Lypomano, pag. a Antonio Co- 
panorensl, 

(3) Lib. I. pag. I Leonardo Justiniano. 

(4) Lib. I. pag. » Leonardo Justiniano j-pdig*^ Petro Thomasio, 
pag. 4 Leonardo Justiniano^ 



a3 

fuggir di bocca la carne per afferrar Paltra che 
nell'acqua vedea. Era felice e contento a Co- 
stantinopoli, perchè non gli mancavano quivi 
né ricchezze né onori, avea voluto troppo cre- 
dere agli amici, e s'era trovato deluso (0. Ciò 
stesso ripete, è con altre espressioni più volte (*). 
Alcuni mesi stette aspettando che gli amici si ri- 
solvessero a stabilire di lui, e a mantener le pro- 
messe, e che la pestilenza cessasse, ma indar- 
no, perché i primi sempre lontani non gli die- 
rono che parole, e la seconda più che mai in- 
fieriva e colpiva a tale che il povero Filelfo 
comeché più non uscisse di casa, né permet- 
tesse ad alcuno de' suoi di più uscirne ('), 
vide morir di contagio una giovinetta sua ser^ 
va (4). 

Ad accrescere la sua miseria contribuì molto 
il non poter egli far uso de' libri acquistati a 
Costantinopoli ed affidati in gran parte a Lio- 
nardo Giustiniani, per la ragione che nella 
stanza ov'erano state depositate le casse che 
li conteneva, era morto un uomo di peste, e 

(i) Philelph. Epist: Lib: I. pag. a Antonio Capanorensi. 

(a) Philel. Lib. I. pag. a Leonardo JustinianOj Kyriaco Anco» 
"nìtano, pag. 3 Andrea Juliano, pag. 4 Leonardo Justiniono, Fran» 
cisco Barbaro, e ad altri più molti. 

(3) Philelph. Lib. I. pag. i l^eonardo Justiniano. 

(4) Phil. Epist. Lib. 1, pag. 4 Leonardo Justiniano, Francisco 
Barbaro, 



sarebbe stato periglioso Paprir quella stanza^ 
e il trattar ciò che v'avea (0. Tale circostanza 
non men che al Filelfo per cagion de' suoi li- 
bri fu di cordoglio alla giovinetta sua sposa^ 
perciocché in quelle casse si custodivan pure 
le sue vesti più preziose e più splendide, deUe 
quali non potè essa far pompa, come avea di- 
visato, nella solennità del santo Natale (*). 

Ma la morte della serva empiè di spavento 
il nostro Filelfo e il fece risolvere ad eseguir 
daddovero ciò che prima solamente minaccia- 
va, cioè di abbandonare Venezia. Non avea 
però fermo ancora in mente il luogo ove po- 
sarsi, e ove segnatamente posarsi con frutto. 
Risolvette dunque di soffermarsi a Bologna, 
nella qual città, se condizione gli fosse propo- 
sta che gH convenisse, divisava di stabilirsi, in 
difetto sarebbe passato a Firenze ove inten- 
deva que* cittadini esser molto studiosi della 
greca letteratura e dell'eloquenza (^). Parti 
dunque da Venezia colla famiglia ai 1 3 di Feb- 
brajo del 14^8, e presa la via di Ferrara si 
condusse a Bologna (4). Ivi trovò ogni cosa per 

(i) Philelph. Epist. Lib. I. pag. a Leonardo Justiniano, 
(a) Id. Lib. I. pag. a Leonardo Justiniano, 
(3) Philelph. Epist. Lib. I. pag. 4 Leonardo Justiniano^ Francisco 
Barbaro età, 
*(4) Id. Lib. I. pag. 4 Francisco Barbaro » Il Poggio nella le- 



a5 

lui prospera ed onorevole. Perciocché il gior^ 
no stesso ch'egli vi giunse, corsero a salutarlo 
non solamente i Professori e Letterati di quel- 
la fiorente città unitamente agli scolari, ma 
secondo ch'egli si esprime la città quasi tutta. 
Il giorno appresso venne a lui a nome del Car^ 
dinaie Alamando Legato Pontificio un suo Udi- 
tore della nobil famiglia degli Alberti di Fi- 
renze, il quale mostratogli il desiderio del 
Cardinale di vederlo e di conoscerlo a lui lo 
condusse. Fu ricevuto con singoiar cortesia ed 
umanità. Si parlò delle condizioni, e si con- 

conda dèlie sue infami invettive dice die il Filelfo partì di furto 
da Venezia, per fuggir di comparire in giudicio ore 1* avea fatto 
citare Leonardo Giustiniani acciocch* egli rendesse ragione di certi 
denari rubatigli col pretesto di comperar libri che mai non compe- 
rò. Questa accusa falsa si dimostra dai fatti. Perciocché abbiam ci* 
tate più lettere del Filelfo al Giustiniani nelle quali 1' avvisa della 
sua risoluzione di abbandonare Venezia e di recarsi a Bologna: e il gior- 
no stesso gli annunzia di sua partenza, e veggiam che Lionardo nelle 
sue risposte 'alla pazienza esorta vaio e all'aspettare. Dunque non partì 
di nascosto. Il Giustiniani poi avea molti effetti in propria casa del 
Filelfo, onde non v* era ragione di chiamarlo in giudicio, per ri* 
farsi della somma di danaro che gli dovesse. Vedrem poscia che il 
Filelfo appena giunto a Bologna ebbe avviso che il Giustiniani con 
gran calore si maneggiava onde o a Venezia o a Padova ottenergli 
una cattedra, a che si tenea così sicura di ciò, che credea inutile lo 
spedirgli le casse de* libri e de' vestiti. Tali premure non s*usano 
in favore d'un ladro astuto. I caràtteri medesimi di verità porta 
seco l'altra accusa del Poggio il quale afferma che il Filelfo nel 
-suo viaggio da Venezia a Bologna un Frate dell'ordine de' Minori 
ebbe a compagno per nome Jacopo cui involò cinque tazze d'ar* 
gento col pretesto di nasconderle alle perquisizioni de* doganieri. 
Negò poscia d'averle avute^ e il Religioso che mancava di testimoni 
• di eartt dovette tacere. 



a6 

dbiuse ch'egli sarebbe Professore in Bologna di 
eloquenza e morale filosofìa collo stipendio 
annuo di zecchini 45o (0; trecento de' quali 
earebbongli dal pubblico erario sborsati, e cen- 
to cinquanta dalla cassa privata del Cardinale, 
Il quale gliene fece contar di presente cin- 
quanta, e nell'atto di congedarlo, di molti cari 
doni onorollo (*). Al Filelfo già parca d'esser 
beato. Oltracciò molto piaceagli Bologna e per 
l'amenità sua, e per l'abbondanza di tutto ciò 
che è necessario ed utile all'uso e al culto 
della vita, e per gli abitanti gentili ed estre- 
mamente studiosi dell'arti belle. Ciò poi che il 
colmo metteva all'attuale sua felicità, si era 
lo scorgere d'essere amato da tutti (^): quindi 
non è meravigUa s'egli inteso avendo che Lio- 
nardo Giustiniani caldamente operava perchè 
egli fosse con onorifiche condizioni chiamato 
Professore a Padova, o a Venezia, e che que- 
sto era il motivo per cui non gli avea spedite 
le casse sue presso di lui depositate, si affrettò 

(i) Da una lettera del Filelfo ad Ambrogio Camaldolese pubbli- 
cata con molte altre dal Mehus ( Amhros: Carnai. Epìst. Lib. XXIY 
Epist. XXX ) impariamo che per soli sei mesi volle egli impegnarsi 
a Bologna, perchè, com'egli dice, area l'apimo a Firenze, ore to- 
lentieri sarebbe andato, se oneste condÌ£Ìo?ii gli si proponevano. 
(a) Philepk. Epist. Lib. I. pag: 4 Joanni Aurispa, 
(I) Phil. Epist. Lib. I pag. 4 Antonio Capanorensi pag. 5 Ga 
sparino Bergomensif Vtctorino FeUrensi, 



47 

di scrìvergli ringraziandolo delPamore che gli 
portava, ma pregandolo, di sospèndere ogni 
manéggio da che egli era già impegnato a Bo- 
logna ove assai bene trovavasi: tanto più che» 
come il 6iu8ftiniani saper dovea, non era suo 
costume di far prevalere im lucro maggiore 
all^onestà. Quindi novellamente il pregava d'in- 
viargli tosto i suoi libri e P altre sue cose (0. 

Ma la felicità del Filelfo duri^ pochi mesi* 
Già sin dai primi tempi s^era avveduto esser 
fra cittadini Bolognesi poca concordia e straor- 
dinario amore di novità ^ onde temea qual- 
che cambiamento funesto {^); e questo in fatti 
avvenne. Perciocché il primo giorno d'Agpp- 
sto del 14^8 una gran parte della città sotto 
pretesto d'esser mal governata dai Ministri 
PapaU prese le armi levossi a rumore dichia- 
randosi libera. L'altra parte poscia eh' era ri- 
masa tranquilla, onde non essere oppressa, me« 
desimamente s'armò, il perchè la città si vide 
tutta da due possenti fazioni divi^, l'una che 
avea alla testa la famiglia dei Canedoli che 
non vòlea più riconoscere per sovrano il Pon- 
tefice, l'altra quella dei Bentivoglio in favore 
dì lui. Come avviene in casi simili gli ammaz- 

(i) Philelph. Epist. Lib. I. pag. 5 Leonardo Justiniano, 
(9) PhilelpK. Epist . Lib. I. pag. 5 Joanni Aurispm»' 



a8 

zamenti e le inèidie eran continue a tale, che- 
anche le persone tranquille ed imparziali per 
essere talvolta prese in iscamhio eran vittima: 
del fu^re delle'due accanite fazioni ('). In tal 
situazione di cose trovandosi male il Filelfo, e 
temendo, meditava di ritirarsi (^). Ma la fa- 
zion det Canedoli, cui era riuscito di sconfìg-. 
ger quella dei Bentivoglio e di cacciarla della 
città, non conobbe più freno. Intimò al Cardi- 
nal Legato Alamàndo di andarsetie. Egli potè 
portar seco Poro e gli argenti che avea^ ma il 
QUO palazzo e gli altri suoi beni furono preda 
dell'ingordigia e del furor popolare. Anche 
Nicolò da Tolentino ch'era entrato col suo 
esercito sul Bolognese, e quindi strage facea 
dei Canedoli condotti da Luigi da* Sanseveri- 
no, fu a Medicina sbaragliato con grave sua 
perdita C^). Furono creati gli Anziani, e il Gon- 
faloniere del popolo, e al Papa più non pen- 
sa vasi. Questi (era Martino V) sdegnoso mandò 
verso Bologna qual Legato Pontificio il Cardi- 
nal Domenico Capranica, il quale con grosso 



(x) Cronica di Bologna Tom. XVIII. Rer. Italie; Scri)pt. pag. 

6i8 e ieg. Matth. de Griffon. Memoriale Historicum Tom. eodem 

pag. a3a. 

(a) Philelph. Epist. Lib. I. pag. 6 Joanni AurispcB, 

(3) Philelph. Epist. Lib. I. pag. 6 Fallanti Strozzm, Muratori 

Annali d'Italia all'anno i4a8. 



2^ 

esercito cinta la città d'assedio fulminò con- 
tro d'essa, e contro lUnìversità l'interdetto Uh 
n Filelfo trovavasi in grandissime angustie , 
perchè oggimai cessata l'Università, i paga-, 
menti non gli venivan più fatti, né alcuno più 
pensava agli studj. Oltracciò comechè egli non 
avesse nemici, anzi secondo ch'egli dice, ama- 
to fosse da tutti, paventava di non potersi 
conservar sempre neutrale, nel tempo stesso 
che inorridiva alla vista di tante stragi ed uc- 
cisioni nelle quali era involta quella città, di 
cui egli fa descrizioni vivissime e lagrime- 
voli (*). Il perchè risolvette di accettar le of- 
ferte che da molto tempo gli erano fatte dalla 
Repubblica Fiorentina. Le persone che più 
adoperarono perch'egli ottenesse ed accettas- 
se il partito furono Nicolò Nicoli (^), Leonar- 
do Aretino (4), Ambrogio Camaldolese (^), Palla 
Strozzi (*). Le condizioni furono ch'egli avreb- 
be l'annua provvisione di 3oo zecchini colla 

(i) Philelpk. Epist. Lib. I. pag. 7 Andrea Constantinopùlitano 
pag. 8 Leonardo Aretino Lib. XXVI. Epist: I. 

(a) Lib. I: pag. 7 Joanni Aurispm pag. 8 Leorkardo Aretino, • 
anche ad altri. 

(3) Phil. Epitt. Lib. I. pag. 7 Nicolao Nicolo, Poggii Florant. 
JnQectÌQa secunda in Phiìelphum. 

(4) Leonardi Aretini Lib* V. Ep. VI. 

(5) Philelpb. Spiit, Lib. I. pag. 5 Ambrosio Monache fornai' 
dtUensi, 

(6) Phil. Epist. liib. I. pag. 6 Pollanti Strotssm. 



3o 

promessa che questa gli verrebbe negli anni se^ 
guenti aumentata. Obbligatosi dunque co' Fio» 
reatini ad aldro non pensava che al partire (0, 
^ si facea Pora mill'anni di togliersi ai Bolo- 
gnesi^ tumulti; e tanto più ciò bramava, quanto 
la gravidanza della sua Cri$olorina era molto 
avanzata, come scrive egli in una sua lettera 
ad Ambrogio Camaldolese (^). Come poi nelle 
attuali circostanze di Bologna v'era estrema 
inopia di ogni cosa, e segnatamente di caval- 
cature, scriveva a Nicolò Nicoli pregandolo di 
q>edirgli tostamente da Firenze 6 muli onde 
trasportar la famiglia e le sue suppellettih (^>. 
Ricusò quindi le offerte che fatte gli furono 
di andare a Roma (4), e a Ferrara alla corte 
del Marchese Nicolò d'Este (^), protestando 
che la maggiore utilità non l'avrebbe mai mos- 
so a ;mancare di sua parola, anzi a Giovanni 
Aurispa suo amico, che per farlo risolvere ad 



(i) Fra le Lettere del Filelfo ad Ambrogio Camaldolese pubbli* 
care dai Mehut ( Ambros. Camald. Lib. XXIV. Sp. XXXX. ) urna 
leggesi in coi gli spiega il metodo ch'egli terrebbe a Firenae inse- 
gnando, e le <^re così latine che greche eh'egli esporrebbe ai di- 
scepoli. 

(a) à la XXIX: del Libi XXIT. fra le Epistole d'Ambrogio Ca- 
maldolese pubblicate dal Mehus. . 

(3) Philelph. Epist. Lib. I. pag. 7. 

(4) Id. Lib. I pag, 7 Andrew ConstMntinopolitano» 

(5) Id Lib. I. pag. 8 Thomm Sarzanensi, Leonardo Aretino, 
Gabrieli Mauro* 



accettare grinviti del Marchese di Ferrara gli 
minacciava e prediceva que^ mali da coi per 
cagion de' malevoli e degrinvidìOdi molti let- 
terati afflitti furono a Firenze prima di lui^ ri-- 
spondea che colla condotta sua si sarebbe stu* 
diato di evitar i morsi dell'invidia, e se ad 
onta di tutto ciò non vi fosse riuscito, il biasi-^ 
mo non sopra di se, ma cadrebbe sol nel col- 
pevole (»). 

Ma la sua sorpresa e il suo dolore esser dò- 
vetter ben grandi, quando ogni cosa presta e^ 
Sendo al suo viaggio, negata gli fu la licenza 
di partire da coloro che la città governava- 
no (*). Pure dopo molte lagnanze ed importu- 
nità alfìn Pottenne, ma ciò non bastava, se an- 
che dal Cardinal Capranica che la città teneva 
assediata non era lasciato uscire, e non ne 
avea i passaporti. Fu vicino a disperarsi come 
intese che questi pure gli eran negati. Non: 
sapeva egli il motivo comprendere di tanta 
durezza (^). Il perchè scrivea a Leonardo Are- 
tino notificandogli i motivi per i quali non era 
a Firenze al convenuto tempo, e pregavate di 
far si che quella Repubblica la sua autorità 



l»i*«BM«M«HMHi> 



(i) Id. Lih. I. pag. 8.. 

(a) Phil. Epist. Lib. I. pag. 8 Leonardo Aretino ' 

(3) Lib. I. L. C. 



interponesse acciocché quel Cardinal Legato 
il lasciasse partire (0. Ma ciò non fu necessa- 
rio, perciocché poco appresso ottenne egli i 
passaporti bramati, e seppe eziandio il motivo 
per cui prima non gli si eran voluti concedere. 
Alcuni cittadini Bolognesi alla cui testa era un 
Religioso delPordine degli Eremitani trama- 
vano una congiura in favor del Pontefice, la 
quale se fosse riuscita, la città di Bologna sa- 
rebbe ritornata sotto il dominio del suo Sovra- 
no legittimo, n Cardinal Capranica che in for- 
za di questa congiura si lusingava dMmpadro- 
nirsi in pochi giorni della città , non volea 
che se ne partisse il Filelfo: ma scopertosi 
il tutto, e puniti colla morte i congiurati, fu 
a lui conceduta la libertà d'andarsene ove 
meglio piaceagli (^). 

Ma prima di partir da Bologna e condurci 
col nostro Filelfo a Firenze, per seguire il 
metodo da noi divisato, é dover che si paiii 
d'una sua traduzione di un'opera di Dione 
Crisostomo che sembra che la prima fatica 
fosse da luì intrapresa in tal genere, e cui 
mostra ch'eì desse l'ultima mano a Bologna. 
Dissi l'ultima mano, poiché in una sua lettera 

(i) L. e. 

(a) Phil. Epist. Lib. I. ptg. 8. Leonardo Aretino» 



ad Ambrogio Camaldolese fra queUe pubblica- 
te dall'abate Mehu8(0, egli dice dWer fatta 
quella traduzione in viaggio, mentre da Co- 
stantinopoli ritornava in Italia. Essa piacque 
molto a Lionardo Aretino il qual di questi tem- 
pi scrivendogli (•) dopo aver parlato de' ma- 
neggi ch'egli facea, e con esso altri suoi amici, 
pérch'ei fosse chiamato qua! Professore a Fi- 
renze, gli commenda questa sua traduzione 
come molto elegante, e nel tempo stesso fede- 
le. Aggiugne che quest'opera comechè da lui 
più volte letta in greco, il dilettava assai fatta 
latina. Da una lettera poi del Filelfo inedita (^) 
del Codice Trivulziano scritta da Bologna ai 7 
di Luglio 14^8 ad Ambrogio Camaldolese im- 
pariamo che l'opera di Dione Crisostomo da 
lui tradotta era quell'Orazione ove quello scrit- 
tore si studia di provare che Troja non fu mai 
presa dai Greci ( IV ) . Di questa traduzione 
parla il Fabricio (4) , e la registra come stampata 
separatamente a Venezia presso Bernardino 
Veneziano, ma non c'informa dell'anno. Al 

(i) Lib. XXIV. Epist. XXXI. 

(a) Leonardi Aretini Lib. V. Epist. T. 

(3) Ho chiamata inedita (juesta lettera, eomecliÀ non ignori che 
fu pubblicata dal Mehus, ma sì guasta e con tante lacune, che la 
TrìTulziana può a buona ragione chiamarsi inedita. Vedi Ambroaii 
Camaldulens. Lib. XXIV. Epist. XXXIV. 

(4) Bibl. Graea Tom. IV. pag. 3i8. 

Tomo I. 3 



34 

contrario Francesco Arisi cita un'edizion di 
Cremona in quarto del 149^ n ^al; Aug. U) 
l'editor della quale fu Nicolò Lucaro Gremo- 
nese, come impariam da un'orazione in sua 
lode di Jacopo Grotto pubblicata pur dall'An- 
si <*) • In altra sua lettera scritta da Bologna, 
ma senza indicazioùe di anno ad Ambrogio 
Camaldolese riportata pure dal Mehus i^ì^ 
narra il Filelfo d'aver cominciato a tradurre 
la Fita di Mosèy di cui è autore Filone • Egli 
però allor non compiè questa traduzione, per- 
ciocché in altra lettera da Milano del 1440 a 
Gerardo Landriano Cardinal di Como che ad 
eseguirla sollecita vaio, gli promette di farlo, 
e che tostamente si sarebbe accinto all' impre^ 
sa (4). S'egli poi la sua promessa tenesse non 
possiam dire, perciocché egli più d' essa non 
parla, né sappiam che ninno citi come stam- 
pata questa sua traduzione (^). 



(i) Cremona Litterata Tom. I. pag. 338. 

(») L. C. pag. 357. Il Panzer cita pure un'ediiione del l49* 
e così il Pinelliy il Rossi ec. 

(3) Ambrosii Camald. Lib. XXIV. £p. XXXII. 

(4) Philelph. Lib. IV. pag. a8. 

(5) Il Fabrìcio ( Bibl. Greca Tom. III. pag. no) cita questa 
Vita di Mosè come tradotta dal Filelfo, in prora di che reca l'ai*- 
torità del Vossio ( De Historicis Lat. pag. 691 ). Ma il Vossio dice 
to\amente ch'ei pare che il Filelfo traducesse questo opuscolo di Fi* 
Ione dietro le istanze del Cardinal di Como, e allega la lettera 
istessa di cui abbiam parlato. 



35 

Parti il Filelfo da Bologna ai primi di Aprile 
del 14^9» e prese il cammino della Romagna 
per fuggire le strade infestate dalle truppe. 
Un giorno si trattenne ad Imola (0, e quindi si 
condusse felicemente a Firenze (*). 

Quivi a lui parve in sulle prime, siccome a 
Bologna, che ogni cosa gli fosse propizia, e in 
fatti la descrizione ch'egli ne fa è assai lusin- 
ghiera. E primamente dicea molto piacergli 
Firenze e per la magnificenza ed antichità 
degli edificj, e per la perspicacia de' suoi cit- 
tadini,' e per il clima medesimo atto a risve- 
gliare e a rendere acuti gì' ingegni. Che tutta 
la città era in lui conversa. Che ognuno l'ama- 

\i) Pkil. Epìst. Lib. 1/ pag. 8 Francisco Barbaro, Leonardo 
lustinimnOj Marco Lypomano» 

(a) Bello è il yedere come il celebre Antonio Magliabecchi che 
fa considerato come un portento d'erudizione, tratti da inorante il 
povero Giovanni Federico Gronovio per avere affermato in una sua 
Allocuzione recitata a Cosimo gran Principe di Toscana che fra gli 
altri eruditi^ che ai tempi di Cosimo padre della patrìa* greca lette- 
ratura professarono a Firenze con gran salar j, fu anche Francesco 
Filelfo. Ecco le parole del Magliahecchi tratte dalla sua lettera 
N.* LXXXII. indirizzata al Canonico Lorenzo Panciatichi Parte 
III. Voi. I. della Raccolta delle Prose Fiorentine. Chi è tanto ignO' 
rante ( poco prima avea data al Gronovio l'onorata denominazione 
di asino ) che non ha letto le Pistole del Filelfo, e per consem 
guenza veduto come parla con disprezzo del Gran Cosimo, ch% 
certamente se fosse venuto qua ( cioè a Firenze ) sarebbe stato 
impicèato, non che aoesse aouto, come dice costui, gran salarj 
Si vede che ha trascritto di qua e di là, senza saper niente con 
fondamento. Ma a questa volta chi fra il Gronovio e il Maglia- 
Becchi ha meglio lette le epistole del Filelfo, e chi dei due è 
V Ignorante? 



36 

Va, l'onorava, e P innalzava al cielo con 8om- 
me lodi. Che il suo nome volava di bocca in 
bocca. Che non solamente i primarj cittadini 
quando per via in lui s'incontravano, ma le 
primarie matrone gli cedevano il luogo ad in-« 
dizio d'onore. Che tale era l'amore e la stima 
che in lui i Fiorentini avean posto, che cosa 
alcuna desiderar non potea che non ottenesse 
o per se o in favor de' suoi amici. Che appena 
i più cospicui signori anche in afTari della mag* 
giore importanza più autorità aveano di lui. 
Che tutti lo servivano, e gli ubbidivano. Che 
se gli stessi marmi ( son sue parole ) parlar po^ 
tessero ( vedi se avea riscaldata la testa ) alze- 
rebbero la voce in sua lode. Ch'egli stesso ar- 
rossava a tante distinzioni ed onori. Che tutti 
confessavano pubblicamente che non mai era 
stato a Firenze straniero che cosi universal- 
mente com'egli amato fosse ed onorato da 
tutti. A ciò s'aggiunga concorrenza di quat- 
trocento e più persone , e queste in gran 
parte qualificate e dell'ordine senatorio (0. An- 
che di Cosimo de' Medici, il primo e più pos- 1 
sente cittadino di Firenze si lodava egli molto/ 

(i) Philelph Eptst. lib. II. pag. 9 Joanni Auritpiof, Joanni 
LamoliBj pa0. io Nic9lao Cardinali Bononiensij pa^. ft Thomt 
Sarzanensi, 



37 

Perciocché appena giunto, quando, come ere- 
dea del suo dovere, s'apparecchiava di visitar- 
lo, fu prevenuto da Cosimo stesso che venne 
alla sua casa, come fece anche più volte ap- 
presso, esibendogli tutto ciò di che abbisognar 
egli potesse (0. Né di queste vaghe offerte 
contento, a sborsargli denari si mostrò presto 
ond'egli mantener si potesse con quel decoro 
in sulle prime che gli si convenia, e per pagare 
la pigion della casa. Ma non accettò* il Filelfo 
dicendo che non mancava di cosa alcima, e 
che già avea pagato l'affitto intero d'un anno. 
Ciò impariam da una lettera inedita di lui del 
Codice Trivulziano diretta a Cosimo ( V ) (*). SI 
generose esibizioni però cosi jgli avvinsero il 



(i) Id. Lib. II. pag. 9 Ioanni Aurispa, 

(a) Da tutto il sin qui detto apparisce la falsità di ciò che af- 
ferma il Poggio nelle sue Invettive, cioè che appena giunto il Fi- 
lelfo a Firenze per istanza del Ministro di Venezia fu posto in caiw 
cere, e quivi stette insino a tanto che con danari presi ad usura fu 
costretto di pagare la somma che a Leonardo Giustiniani dovea. 
Già s' è veduto che il Giustiniani avea presso di se e libri e mas- 
serizie di ragion del Filelfo^ onde non era per soddisfarsi costretto 
a ricorrere a simili violenze, né con un uomo a tale offeso e vi- 
tuperato da lui avrebbe poi mantenuto regolare ed amiche voi car- 
teggio, come vedremo che fece sino alla morte. Non è però che la 
loro concordia non fosse alcun poco se non trondata, almen sospesa* 
ma per altre ragioni che spiegheremo in appresso. La medesima 
fede si merita ciò che altrove il Poggio aggiugne nelle stesse Invet- 
tive ed è che il Filelfo arrivò si mendico a Firenze che il Nicoli 
•bbe a provvederlo di tutto, se non volea vederlo perir di fame 
colla famiglia, e di pagargli eziandio la pigion della casa. 



38 

ctior del Filelfo, ch'egli confessa d'aver da 
quel punto cominciato ad amarlo e ad onoraj> 
lo, non colle parole solamente, ma eziandio 
cogli scritti < 0. 

Malgrado però di si belle apparenze appena 
trascorso un mese ch'egli quivi trovavasi, s'ac- 
corse d'essere in una città pericolosa non men 
di Bologna, e anche più, perchè medesima- 
mente da fazioni divisa, in mezzo alle quali il 
non dichiararsi d'alcun partito, come brama- 
va, era cosa difficile (*)• Dissi come bramava, 
perchè egli stesso il detto ripetendo di Marco 
Tullio, affermava che ad uno straniero non si 
conveniva mostrarsi troppo curioso investiga- 
tore de' fatti d'una Repubblica (^). Precetto 
eccellente cui sarebbe stato necessario al suo 
decoro ed alla sua tranquillità ch'egli meglio 
osservato avesse che poi non fece, come ve- 
dremo (4). Oltracciò, comechè affermasse d'es- 
sere universalmente amato a Firenze, dicea 
nientedimeno d'accorgersi d'essere da alcuni 



(i) Philelph. Lib. II. Epist. pag. i% Cosmo Medici. 
(a) Phil. Epist. Lib. II. pag. 9 Antonio Lusco. 

(3) Id. Lib. II. pag. io NicùlaO Cardinali Bononiensi, 

(4) In una sua lettera inedita del Codice Trivulziano scrìtta da 
Firenze il Marzo del i43o, e indirizzata a Giorgio Scolano» scrive 
il Filelfoy parlando di Firenze, che un erudito forastiero non potea 
far fortuna in una città governata da p«che persone e queste cat- 
tive, e però bramava partirsene. 



89 

pochi invidiato, i quali tentavano di metterlo 
in disgrazia della famiglia de' Medici. Egli at* 
Oribuiva ciò alla sua dottrina che a color di- 
spiacea che avrebbon soli voluto usurparsi la 
fama di dotti, e che di mal occhio vedeano 
che uno straniero di quella celebrità godesse 
che estimavano esser loro esclusivamente do- 
vuta (')• Fra questi annovera come il princi- 
pale Nicolò Nicoli, ed alcun poco eziandìo 
Ambrogio Camaldolese (*). Sappiam che Nicolò 
Nicoli segnatamenie fu uno di que' che più si 
maneggiarono perch' ei fosse chiamato a Fi- 
renze. Ma conoscendo il carattere di quest' 
uomo invidioso e maligno, che fu amico, poi 
persecutore, come abbiam altrove mostrato, 
del Grisolora, del Guarino, e d'altri, non ci 
reca gran meraviglia che divenisse anche ne- 
mico del Filelfo, che di quella moderazione e 
prudenza non sapea usare che gli altri. 

n Filelfo scrivea che il Nicoli, e Carlo Are-» 
tino frequentavano ogni giorno la sua scuola 
unitamente agli altri cittadini, e che per quel 
che potea giudicare il primo era uomo piutto- 
sto loquace e temerario, che astuto <^). Anche 

(i) Phii. Epist» Lib. II. pag. io J canni Lamolm NicQÌaoCard* 
MoHoniensi. 

(a) Id. Lib. II. pag. 9 JoamU Aurispce, 

(3) Philelph. Lib. II. pag. ix Thomce Sarzancnsi, 



4o 

altrove, e segnatamente nelle satire sue (0, 
fa il Filelfo del Nicoli la più orribil pittura, e 
^e a lui vorremmo prestar fede, il crederemmo 
il più nefando uomo che mai vivesse. E da 
quanto egli narra di lui, akra orìgine non pos- 
siamo assegnare del &{uo rancore ed astio verso 
colui ch'egli stesso avea chiamato a Firenze, 
che i troppi suoi meriti, e gli applausi e Taffe- 
zione universale che con essi erasi procacciata. 
Ma dobbiam noi prestar fede^ad un uomo che 
si altamente parla di se e che tutti i modi cer- 
ca anche meno legittimi onde coprir d' obbro- 
brio il suo avversario? Né dobbiamo tampo- 
co ascoltare il Poggio sviscerato amico del Ni- 
coli, che abbiam tante volte scoperto menzo- 
gnero impudente, il quale nelle sue invettive 
contro il Filelfo, a costui attribuisce tutti i più 
orribili e sordidi delitti, che non che commet- 
tere, appena immaginar si potrebbono da men- 
te umana. Sentiam piuttosto che dica Ambro- 
gio Camaldolese il quale comechè amicissimo 
del Nicoli e non molto contento della condotta 
del Filelfo, come vedremo, è però uom mode- 
rato e probo, e certo men sospetto degli altri. 
Questi dunque scrivendo a Francesco Barba- 

(i) Decad. I. Hecat. V. Deoadr II. Hecat. I. 0«cad. III. 
Hecat. III. 



4i 

ro (0, dopo aver detto a lungo dell'amore e 
della stima che in sidle prime il Nicoli portava 
al Filelfo, passa a spiegar la ragione precipua 
per la quale ei crede che questi sentimenti 
venissero a spegnersi, anzi in feroce nimistà a 
convertirsi, ed è che usando il Fìlelfo di leg- 
gere, come suol farsi agli amici, le sue compo- 
sizioni al Nicoli , questi ben lunge dall'alzar 
gli applausi e gli evviva ad ogni espressione» 
come il Filelfo soverchiamente innamorato d' 
se e d'ogni sua cosa avrebbe voluto, gli facea 
sospendere la lettura sovente facendogli delle 
forti obbiezioni , e ciò, com'era costume di lui 
poco atto al dissimulare, con qualche amarez- 
za, e forse ancora con derisioni . Tanto bastò 
perchè il Filelfo sdegnato di tal libertà, che 
moderatamente usata, esser debbe conceduta 
agli amici, concepisse grande avversione al 
Nicoli, la qual non sapendo nascondere, co- 
minciò a render pubblica co' discorsi chia- 
mando Nicolò violatore dell'amicizia, ignoran- 
te, ingrato a' suoi beneficj, da che egli solo 
parlando con onore di lui ne' suoi scritti l'avea 
fatto celebre al mondo che prima pienamente 
ignoravalo. Né tampoco di ciò contento, scris- 

• 

(i) Ambros. Caxnald. Lib. VI. Epist. XXI.' 



4^ 

8e e pubblicò contro dì lui un* invettiva, della 
quale direm fra poco, in cui gli attribuisce 
mille enormissimi vizj che in gran parte altro 
non 8on che un tessuto, come il Camaldolese 
assicura, di nere calunnie. Aggiugne però inge- 
nuamente Ambrogio che l'orìgine dello scio- 
glimento d'un'amicizia si celebre fra il Nicoli 
e il Filelfo era per giudicio di molti attribuita 
a colpa d'amendue: ch'egli niente di meno in- 
chinava ad accusarne segnatamente il Filelfo, 
senza però assolvere in tutto il Nicoli la cui 
smodata libertà di parlare, comechè da animo 
sincero proceder possa, era ben lunge dall'ap- 
provare, aggiugnendo ch'egli era troppo incli- 
nato ai sospetti, e a dar orecchio alle lingue 
perverse, di che spesso egli ne lo sgridava, e a 
quel che gli parca, non senza frutto (0. 

E tanto più volentieri ci atteniamo in ciò al 
parere d'Ambrogio, che alla mordace e sfrena- 
ta lingua del Filelfo attribuisce il motivo della 
sua nimistà col Nicoli , quanto per cagione di 
questa poco mancò che da Firenze non fosse 
con suo disonore espulso, non ancora compiu- 



(i) II Cardinal Qaerinì (Diatriba PrcBlìm. ad Epist, Frane* 
Barb. png. XLIV. ) riporta un passo della lettera da noi citata di 
Ambrogio, un po' diverso da quello che leggeii nella puU>licata coli' 
altre dal Mehus. 



43 

ti i due anni dopo il suo arrivo. Monsignor Fa- 
broni ha pubblicato un decreto della città di 
Firenze in data dei io Marzo dell'anno i4Si9 
secondo il calcolo fiorentino d'allora, in cui 
si ordina che Francesco Filelfo da Tolen- 
tino venga cacciato da Firenze e confinato 
per tre anni a Roma in gastigo d'avere diso^ 
nesfamente e temerariamente parlato del Do^ 
minio Veneto y e del Ministro di quella Re^ 
pubblica (0. E' forza per altro dire che questo 
decreto fosse subito rivocato con molto onor 
del Filelfo, poiché ne' Fasti Consolari del Sal- 
vini (»), altro Decreto leggesi dei la Marzo 
143 1, cioè due soli giorni dopo il precedente, 
col quale dichiarasi Cittadin Fiorentino. Vero 
è ch'egli né nelle sue epistole, né in altre ope- 
rQ sue parla mai del primo decreto in suo di- 
sonore, pure non sappiam negare l'autenticità 
d'esso, mossi anche da alcuni passi delle lette* 
re di Ambrogio Camaldolese, dalle quali appa- 
risce che il Filelfo era stato accusato d'avere 
profferite espressioni che se non offendevano 
il decoro della Veneziana Repubblica, certo 
quello ferivano d'uno de' più autorevoli suoi 
Patrie] . Ambrogio dunque in una sua lettera a 

(1) Vita Cosmi Medicei Tom. II. pag. 69. 
(a) Prefaeione pag^« XVIII. 



44 

Leonardo Giustiniani (0 scrive di avere avuta 
una visita dal Filelfo, il quale l'avea pregato 
di scrivergli e di supplicarlo dopo di aver ri- 
cevuta la somma che gli dovea, per cui si eran 
già dati gli opportuni ordini a Venezia, di vo- 
lergli restituir le sue vesti, e i suoi libri, e di 
spedirgli ogni cosa a Firenze a proprie sue 
spese. Aggiugnea poscia che il Filelfo gli avea 
narrato d'aver ricevuta lettera assai risentita 
dal Giustiniani, nella quale si lagnava ch'egli 
si fosse lasciato scappar di bocca espressioni al 
suo buon nome ingiuriose. Imperò il pregava 
di giustificarlo, assicurandolo ch'egli non s'era 
mai sognato di sparlare per conto alcuno del 
Giustiniani, di che pure Ambrogio mostra d'es- 
ser persuaso, e cerca tutte le vie di placare 
l'amico. Leggiam poi lettera del Filelfo al me- 
desimo Leonardo Giustiniani nella quale gli 
dice, che considerando i beneficj di che 
Leonardo le tante volte l'avea ricolmato 
non potea dubitare di non essergli stato 
carissimo. Ma che veggendo poi il silenzio che 
da qualche tempo teneva seco a segno di non 
rispondere ne tampoco alle molte lettere che 
gli avea scritte, stava ansioso e temeva di non 

(i) Ambrosii Gamald. Lib. VI. £p. XXVIII. 



45 

essergli caduto in disgrazia, ch^egli però reo 
non conoscevasi d'alcuna colpa, ma paventava 
piuttosto che i suoi nemici, invidiosi al vedere 
ch'egli godea della protezione ed amicizia del 
Giustiniani di cui formavasi un vanto, e Pavea 
per la suprema sua felicità, abbian cercato di 
fargliela perdere con invenzioni e calunnie. Il 
pregava quindi di chiuder le orecchie alle co- 
storo suggestioni maligne, e a credere a lui 
che si protestava riconoscente e il sarebbe 
sino all'idtimo respiro della sua vita (0. Da 
tutto ciò si rileva che vi furono de' motivi di 
disgusto fra il Ciustiniani e il Filelfo, il qual 
ultimo sdegnoso di non poter mai riavere i 
suoi libri e le sue vesti, si permise forse qual- 
che espressione' e contro quel Patricio, e per 
avventura contro la Repubblica Veneziana e 
il suo Ministro poco onorevole al loro decoro, 
comechè si ostini in negarlo: dal che poi ne 
nacque che questi irritati si maneggiassero 
perchè fosse contro di lui fulminato quel pri- 
mo decreto di che s'è detto; «sebben poi tutto 
terminasse pacificamente, perciocché in fatti si 
rimase il Filelfo ancora molti anni a Firenze, 
e continuò la sua corrispondenza col Giusti- 
niani sempre affettuosa e amichevole. 

(i) Lib^ II. pag. IO. 



46 

Ma ciò che meglio prova la sfrenatezza delia 
sua lingua, e che molto dovette contribuire 
a dargli fama di cuor malvagio e disconosicen» 
te, fu la condotta da lui tenuta con un uomo 
celebre non tanto per la sua molta erudizione 
e dottrina, quanto per Pinnocenza de' costu- 
mi e la santità della vita. Fu questi Ambrogio 
Camaldolese da noi nominato poc'anzi. Costui 
sin dal tempo che il Filelfo era a Bologna, 
anzi prima ancora che prendesse impegno con 
quella città, non conoscendolo di veduta, ma 
stimandolo molto per fama, il consigliava di 
venir a stabilirsi a Firenze (0. Il Mittarelli (*) 
ha pubblicato una lettera del Filelfo in data 
dei AC Febbrajo 14^8 che non leggesi fra le 
stampate dell'ampia raccolta di Venezia, né 
fra le altre del Codice Trivulziano, dalla quale 
rilevasi quali cure si prendesse Ambrogio per 
avere il Filelfo a Firenze. Ciò vien pur confer- 
mato da una lettera di Leonardo Aretino (^), e 
dalle epistole di Ambrogio stesso che lagnasi 
delle lentezze del Filelfo, e della sua ostina- 
zione nel non volere abbandonare una città 



(i) Phileph. Epist. Lib. I. pag^. 5 Ambrosio Montico. Raccolta 
Milanese del 1766 N.® io. 

(a) Bibl* Cod, mss. S, Michael, prope Muriaiium pag. 883 
e teg. 

(3) Lib. Epist. VI. 



47 
qual era Bologna, ove per gli attuali tumulti 
non potea trovarsi che male (0. Come final** 
mente fu questi giunto a Firenze, uno de' suoi 
più intrinsici amici fu Ambrogio. A lui si reca* 
va quasi tutti i giorni, e se crediamo al Pog- 
gio (^), al fine di erudirsi nella lingua latina, 
ohe per il lungo disuso d'essa in Grecia, mal 
conoscea. Abbiam già detto che non siam di- 
sposti di credere tutto ciò che il Poggio del Fi- 
lelfo dice nelle sue Invettive, pure quest'ulti- 
ma cosa non possiamo in tutto negare , per- 
chè in qualche modo vien confermata dal Ca- 
maldolese medesimo. Perciocché egli scrivenda 
a Lionardo Giustiniani (^) dicéagli in confi- 
denza che il Filelfo era più spesso con lui che 
le proprie sue occupazioni non avrebbon vo- 
luto, ma che non avea il coraggio di negargli 
l'ingresso delle sue stanze, comechè ciò si fosse 
proposto più volte. Che il Filelfo traduceva 
dal greco, ma che queste traduzioni a lui pure 
costavano infiniti sudori, il che viene a dire 
che a luì toccava di riformarle e di limarle. 

Da altra lettera però dello stesso imparia- 
mo, che non sempre in buona parte ricevea il 



(i) Ambrot. Camald. Lib. V. Ep. XIV. 

(a) Invectiva II. in Philelphum. 

(3) Ambrosii Camald. Lib. VI. Ep. XXX. 



48 

Filelfo, soverchiamente di se innamorato, le 
ammonizioni di lui (0, e che si scorgea in esso 
mia méschianza di greca leggerezza e di va- 
nità. Che di se diceva e vantava gran cose, ma 
che presso coloro che qualche tintura aveano 
di lettere, e che conoscevan le sue, meglio fa- 
rebbe a parlar più parcamente di se medesi- 
mo. Perciocché è sempre deforme la lode an- 
che vera in propria bocca. 

Ma ciò che cominciò a raffreddare la since- 
ra amicizia d'Ambrogio verso il Filelfo, si fu 
la mala fede di quest'ultimo. Stava il primo 
traducendo dal Greco Diogene Laerzio, nelle 
cui Vite, come ognun sa, v'ha parecchi squarci 

in poesia, che si voleano, a ben fare, tradurre- 

• 

in versi. Ambrpgio non era poeta, e quind^ 
credette potersi valere dell'opera di quel Fi- 
lelft), che della sua tante volte giovato s'era, e 
ne lo pregò. Questi gliele promise, come appa- 
re da sua lettera inedita del codice Trivulzia- 
)io, ( VI ) ed eziandio da altra tre anni dopo 
scritta e che leggesi fra le stampate (^); ma ad 
onta di sue promesse non ne fece mai nulla, e 
di ciò non contento in una sua satira (^), chia- 



<i) Id. Lib. cit. Ep. XXVI- 

{a) Lib. II. pag. la Ambrosio Monaco» 

<3) D«cad. II. Hecat. VII. 



49 
ma Ambrogio importuno, vanaglorioso, e il 
consiglia di tradur que Versi egli stesso: che 
se non era poeta si studiasse di diventar- 
lo studiando, e non potendo, in prosa tradu- 
cesse queVersi, o meglio ancora lasciasse di 
tradur un'opera profana qual era quella di 
Diogene Laerzio, e attendesse all'altare e a 
pregar Dio, ciò che meglio si conveniva ad un 
Religioso qual egli era, in luogo di far il lettera- 
to di professione. 

Ciòcche per altro altamente offese e disgu- 
stò Ambrogio, e giustifica le amare espressio- 
ni di alcune sue lettere che potrebbono forse 
parere strane ip bocca d'un uomo pio e virtuo- 
so qual egli fu è il caso che siam per narrare, 
il qual mostra ad un tempo in Filelfo e cuor 
cattivo e ingratitudine imperdonabile. 

Era Ambrogio uno de' più intimi amici che 
s'avesse Nicolò Nicoli, di cui, come s'è veduto 
sebben non ignorava i difetti, pure com' è do- 
ver degli uomini probi si studiava non di giu- 
stificarli, ma di coprirli. Ora nata la discor- 
dia fra il detto Nicoli e il Filelfo per le ragioni 
anzi dette, questi, sebbene sotto altro nome 
scrisse contro di lui una velenosissima satira (0 

(i) Non crerliun che tal satira leggasi fra 1« stampate. Piuttosto 
■upponiam che sia «quella che in un codice si conserta della Beai 

Tomo I. 4 



5o 

e anzi dì pubblicarla, la inviò con lettera 
dedicatoria ad Ambrogio 9 quasi Ambro^o 
avesse dato impulso a tale scrìtto infame» e 
tenesse per veri tutti i delitti più bassi e più 
sordidi che si erano imputati al Nicoli. Non 
è da dire come si sentisse commosso Ambrogio 
a questo che a buona ragione può chiamarsi 
tradimento . Pure calmatosi alquanto pensò 
tosto al rimedio, e scrisse al Filelfo una lun«* 
ghissima lettera usando in essa di tutte le ar- 
ti dell'eloquenza per persuaderlo a sopir quel- 
lo scritto oltraggioso, il qual pubblicato più in 
disonor tornerebbe di chi composto l!avea, che^ 
di lui,in infamia del quale eradettato.Che tutto 
il mondo sapea quanta fosse Pamicizia che un 
tempo legava il Nicoli e lui , che tutti i delit- 
ti attribuiti ad esso, da coloro che sin da' pri- 
mi anni avean cognizione di lui e dell'onesta e 
proba sua vita, sarebbono come calunnie rice- 
vuti, e come traditor giudicato l'autore di 
quella satira. Che simili pomposizioni quando 
anche contengano il vero, indegne erano d'uoF* 
mo probo ed onesto, ^ si concitavano giusta** 
iiiente l'odio de' buoni . 

Libreria di Napoli, della i^uale ci ha inviato uno squarcio il gien* 
tilÌMÌmo signor abate don Giovanni Andres. È si piena d'oscenità» 
che non può ayer qui luogo: eccone il titolo: Francisci PhUelphi 
Satyru in hominem impurissimum Nicoìaum Nichilum cognomi" 
ne Lallum, 



Si 

Tal lettera ben lunge dal placare il Filelfo e 
dal muoverlo a compiacere all'amico che nel 
supplicava, lo indm*ò vie maggiormente nel suo 
indegno proposito, e fatta precedere la dedica- 
toria ad Ambrogio, con tutte le solennità pub- 
Uicò quella sua satira (0. E dovere che qui si 
dica a grande elogio del virtuoso Ambrogio 
Camaldolese, che dopo si indegna azione, ben 
lunge del serbar ruggine alcuna di risentimen- 
to contro il Filelfo, in più occasioni come ve- 
dremo si studiò di giovargli, sforzandosi spesse 
fiate di placare lo sdegno di persone possenti 
irritate per le dicerie, ed i maledici scritti di 
questo torbido letterato. Ma questa modera- 
zione medesima non trovò egli in altre perso- 
ne, e fra queste in Carlo Aretino e in Poggio 
Fiorentino che con molto furore gli si rivolsero 
contro, i quali crediam cagione precipua delle 
sventure eh' egli ebbe a soffrire in appresso. 
Noi riserbiamo a più opportuno luogo la de- 
scrizione delle loro contese, ove riferiremo 
anche i motivi che le produssero, solamente 
qui osserveremo che il Filelfo colla sua vanità 
e maldicenza ne^ primi mesi del suo soggiorno 
a Firenze s'inimicò quasi tutti i letterati ch'ivi 



(i) Àmbrom Camald. Lib. VI. Apist. XXI. 



52 



allora avesser più grido (0. La sua disgrazia 
volle che questi fossero tutti attaccati alla po- 
tente e ricchissima casa dei Medici, la quale 
comechè non fosse allora assoluta sovi^ana in 



(i) Dissi quasi tutti i Letterati, perchè fra questi debbe eccet- 
tuarsi Leonardo Aretino uomo dottissimo, ma saggio ad un tempo 
e tranquillo, e niente amico de' letterarj litigi . ne' quali non entrò 
mai se non se tiratovi, dirò così, pe' capelli, come fece scrÌTeiido 
contro Nicolò Nicoli quella sua celebre Orazione in Nehmlonem, 
Maledicum. Costui com'è detto, fu uno de' primi ad adoperarsi 
perchè il Filelfo fosse chiamato a Firenze, e il potea con buon suc- 
cesso essendo egli Cancelliere allora di quella Repubblica, e gli si 
serbò sempre amico, anche dopo le persecuzioni che di Firvnse il 
cacciarono. Il Filelfo pur l'amò sempre, anzi in una sua lettera 
greca inedita del Codice Trivulziano a Giovanni Àrgiropulo, • 
scritta più anni dopo la morte dell'Aretino, si duole che quegli dW 
sapprovasse gli scritti di Lionardo, affermando con enfasi che la 
celebrità del nome di lui insino al ciel perveniva. Il Filelfo poi 
avvezzo a parlar ad ogni occasione con jatta«;sa di se, scrivea da 
Firenze pochi mesi dopo il suo arrivo, che avea trovato in liió- 
nardo Aretino un grandissimo e caldo amico, e che a rende rio tale 
avea egli stesso per parte sua malto contribuito; che prima del suo 
arrivo Nicolò Nicoli, e Carlo Aretino uomini invidiosi del merito 
lo perseguitavano con mille detrazioni e calunnie, dalle quali cet* 
sarono atterriti al vedere che il Nicoli era non solamente amico di 
lui, ma da lui pubblicamente encomiato, ( Vedi Phil. Lib. II. pag. 
9 Joanni AurispoB ). Dopo tutto ciò non si può leggere senza sde- 
gno e riso ad un tempo ciò che il Poggio scrive contro il Filelfo 
nella sua seconda Invettiva. Narra egli dunque che questi giunto 
appena a Firenze, fu con molta affezione e confidenza da Lionardo 
Aretino accolto e trattato che spesso lo invitava in sua casa, e nella 
sua domestica librerìa lo introduceva. Che un giorno trovandosi in 
essa amendue occupati nell'esaminare un codice, avvenne che l'Afe- 
tino chiamato fosse da un suo amico, il perchè lasciò solo il Filel- 
fo^ il quale adocchiata una scatola ove molti cari anelli si custodi- 
vano della moglie dell'Aretino, rubò e gli anelli e la scatola. Che 
l'Aretino accortosi pochi giorni appresso di tal mancanza, ne fece 
parola al Filelfo, il quale costantemente negò di aver fatto quel 
furto. 



55 

Firenze, anzi avesse un forte partito contrario, 
pure era al caso di fiaccare Gorgoglio d'uno 
straniero, e di prenderne eziandio solenne ven- 
detta. Quindi è ben naturale ch'essi cercasse- 
ro di metterlo in disgrazia segnatamente dei 
due fratelli Cosimo e Lorenzo de' Medici, e in 
fatti credette egli veder ben presto in loro de* 
gran cangiamenti. Perciocché scrivea che que- 
gli che in tutte le maniere e colle parole e co' 
fatti insultavanlo, si difendevano col patroci- 
nio di C!osimo, e che Cosimo stesso comechè 
in apparenza mostrasse d'esser suo amico, era 
però tale che dissimulava, e simulava ogni 
Q08a. Ch'era cosi cupo e taciturno, che né 
pure da' suoi più intrinsici amici potea essere 
indovinato. Che Lorenzo al contrario era uomo 
di carattere più aperto e libero, e quindi pale- 
semente gli mostrava la sua avversione, a tale 
che in lui incontrandosi, non che il salutasse, 
volgeva altrove la faccia, né tampoco rispon- 
deva al saluto (0: avea però tal potere sul cuor 
di Cosimo, che questi giammai non osava d'op- 
porglisi. Ma le insidie de' nemici del Filelfo, 

(l) Philelp. Epist. Lib. II. pag. t% Ambrosio Monacho. Ciò ^urm 
ripete egli in altra lettera inedita del Codice Trivulziano ( VII ) 
a Pietro de' Medici suo discepolo Figliuolo di Cosimo, il qual Pie- 
tro cercaTa di dissipare nel cuor del Filelfo il sospetto che il Padre 
'uo gli f#sse nemico. 



H 

se a lui crediamo» e la loro avversione non 
mostrò senza maschera che allor solamem 
che i Fratelli Medici fecer da Verona ritom 
Prima di questo tempo costoro operavano < 
nascosto, ed egli se ne ridea, e non li teni< 
va (O^Nel terminar dell'anno i43o cominci» 
do ad infierir crudelmente in Toscana la p 
stilenza (*), Cosimo e Lorenzo per cessar t 
pericolo si avvisarono di cangiar cielo, e rà r« 
carono a Verona, scegliendosi fra gli altri 
compagni Nicolò Nicoli, e Carlo Aretino. Ine 
no a tanto che costor fìiron lontani, al Filélì 
pareva d'esser felice, e che tutte le cose g 
fosser seconde (^). Il perchè abbandonò e^ 
l'idea conceputa prima di partir di Firens 
ed accettò beh volentieri l'onorevol decrei 
che il confermava Professore per altri tre asim 
cominciando dai 17 Ottobre del i43i coH^ 
Hua provvirione di 3So zecchini (4). 

Noi approfitterem di questi momenti i 
qualche tranquillità per lui, onde ragionar bi^ 
vemente delle fatiche sue letterarie in Firéi 



(i) Lettera Inedita del God. Triv. al Lamola. Vedi Monumit 
ti che illustrano il Libro Primo N.« Vili. 

(s) Phil. Epist. Lib. II. pa^. xo Joanni Lamotm pa^. i% C 
snto 3€ edici» 

(3) L. G. Cosmo Medici. 

(4) PhUeIpk. Lib. II. pag. io Joanni Lamolm. 



5S 

ze e deìV opere eh* ivi compose. La cattedra 
eh -egli occupava era di rettorica a un tempo e 
di morale filosofìa (0 e per essa avea rasse- 
gnamento anzi detto. Ma per compiacere ad 
alcuni giovani Fiorentini che ciò vivamente 
bramavano, si risolvette di leggere e di com«- 
mentare il poema .di Dante, e ciò spontanea^ 
mente senz' alcun altro o pubblico Q prwato pte^ 
mio u ciò fare indocto. come afferma egli stes** 
SO9 onde scorgesì men che vera la proposizione 
del Tiraboschi il qual dice che il Filelfo era in 
Firenze singolarmente destinato alla lettura di 
Dante (*). Teneva e^i le sue lezioni sopra Dan«- 
te pubblicamente in santa Maria del Fiore, 
•ma ciò solo ne' giorni festivi (5). 

In un bellissimo codice in pergamena del se- 
colo XV della libreria capitolar di Verona se- 
gnato N. 519 ove contengonsi opuscoli di Cice*- 
rone, di Salustio, del Petrarca, di Leonardo 



(i) Philelph. Epist. XXVI. Epist. I. Leodrysiù Cribello, 
(a) Storia della Letterat. Jtnl. Tom. VI. pag. io3a. 
(3) Ciò impariamo da Vespasiano Fiorentino che nel suo Com* 
tnentutió sopra la Vita di Francesco Filelfo dio« nel suo rozzo 
toscano che questi per contentare gli appettiti delle lettere lo itJon* 
duisefo a leggere Dante in santa Liparata (così chiamayasi cioè 
kant4 Kìparata allora la Chiesa Metropolitana di Firenze, poscia 
«anta Maria del Fiore) il dì (Ielle Feste, per exercitare gli sco^ 
ìarij e dare loro riputazione faceva fare a ognuno una Orazione 
vulgare e recita^^ala in santa Riparata in Sul pergamo in pub^ 
hlicoj e in questo modo dava lor animo ce 



\ 



56 

Ai*etino, di Stefano Porcari ed altri» leggond 
quattro orazioni del Filelfo scritte in volgare in 
lode di Dante. Tutte e quattro le crediamo 
inedite. Due d'esse furono recitate da lui» 
le rimanenti da lui composte » ma scritte 
in nome di due suoi discepoli e da lor re- 
citate* Noi pubblicherem quelle eh' ei disse 
egli stesso (IX) e perchè alcune circostan- 
ze contengono che confermano e conferme- 
ranno quanto abbiam detto, e sarem per 
dire di lui, e perchè s'abbia un'idea del suo 
stile italiano non molto culto e felice. Tutte e 
quattro nel codice Veronese son senza data, 
ma la seconda fra le pubblicate da noi, in un 
codice della Magliabecchiana di Firenze mo- 
stra d'essere stata detta ai ai di Decembre i43i 
non 1 45 1, come forse per errore di stampa tro- 
vasi scritto presso il Mehus (0. Nel codice Ma- 
gliabecchiano in fine all'orazione leggonsi le 
seguenti parole. Fece questa orazione, quando 
ai>ei^a già esposto sette chanti di Dante, e fu 
composta contro i suoi emuli, i quali dicevano 
esser Dante poeta da calzolai, e da fornai. Oltre 
a queste orazioni scrisse anche il Fiielfo un 
commento sopra Dante, di cui se crediam al 

(i) Vita Ambrosii Gamald. pa|r. GLXXVI. 



V 



5? 
Mebus, si conservano molti esemplari (O, de' 
quali a me però non è venuto mai fatto d^a- 
vere alcuna traccia. 

Nella Laurenziana di Firenze conservansi 
due orazioni latine di lui, Puna recitata ai a 2 
Ottobre i43i nel principio delle lezioni ch'era 
allora costretto tenere in casa propria a cagio- 
ne delle insidie degli emuli suoi, l'altra letta 
dà lui ai 3o di Decembre dell'anno stesso nell 
atto di spiegar l'etica di Aristotele (*). Noi pub- 
blicheremo come più importante la prima (X) 
di cui abbiamo ottenuta esatta copia dalla gen- 
tilezza del dottissimo signor professore Fran- 
cesco del Furia Bibliotecario della Laurenzia- 
na e della Marucelliana (^). Malgrado del tem- 
po che gli assorbivano e le due cattedre, e gli 
scritti che dovea comporre per esse, molto 
egli ne spese eziandio in varie traduzioni che 
esegui tutte a Firenze. Perciocché tradusse dal 
greco di Lisia due orazioni l' una Funebre in 
lode degli Ateniesi^ l'altra Giudiciale contro 



(i) Ibid. pag. CLXXXI. 

(a) Bandini Bibl. Laur. God. mss. Latin. Tom. III. pag. agS. 

(3) Quest'orazione par che componesse il Filelfo, come rilevasi 
da un passo d'esso, dopo il decreto, di cui diremo in breve, che 
aboliva i salarj di tutti i Professoli, e per tal modo li congedava.' 
Volendo egli dunque continuare le sue Lezioni, costretto era te- 
nerle in casa sua, per cessare il pericolo d'essere scacciato dalla 
cattedra^ o per lo meno insultato. 



5» 

Erat osteite Adultero. Non troviamo che queste 
due sue versioni fossero mai stampate, ma 
d' esse conservasi copia, siccome d' alti*e ope« 
rette in un bellissimo codice in pergamena 
colle iniziali miniate e dorate posseduto dal 
mio amico Gian-Giacomo Trivulzio. Amen» 
due queste traduzioni furono dal Filelfo de»* 
dicate a Palla Strozzi, e le due epistole de- 
dicatorie si leggono stampate a pag. 379, e 383 
del libro che ha questo titolo. Epistole^ Regum 
Printipum RerumpubUcarum et Sapientum Vi^ 
rorum Venetiis apud Jordanum Zilettum 1674 
ristampato poscia ArgentintB per Lazarum Zet^ 
znerum. Dalla prima rilevasi che quando Pau- 
tor la scrisse, era ancor buon amico dì Nicole 
Nicoli, ch'ei loda, e di Carlo Aretino, cui però 
dà il soprannome di Codro. II. Codice Trivul- 
ziano fu terminato di scriversi in Padova Tan- 
no 1458, e crediam che ciò fosse o di mano 
• 

di Palla Strozzi medesimo che bandito da Fi- 
renze si elesse Padova per asilo, o da altri per 
commissione dì lui. 

Tradusse pure il Filelfo da Aristotele la Ret- 
torica al Re Alessandro, e tal sua traduzione 
ch'eì dedicò al Cardinale Alfonso Vescovo di 
Bologna leggiamo impressa colle altre sue 

« 

varie operette ed orazioni nella rara edizioD 



59 

di Milano del 148 1, e nelle varie ristampe che 
d'essa furono fatte in appresso ('). Da Seno- 
fonte tradusse le lodi del Re Agesilao, e la 
Repubblica d^ Lncedemoni. Queste due tradu- 
zioni furono stampate a Bologna Panno 1 5oa (^). 
Finalmente da Plutarco le Vite di Nunui e di 
Licurgo^ che a quel che crediamo mai non vi- 
der la luce, essei»lo d'altra mano le tradu- 
zioni che si leggono impresse (^). Cosi le Lodi 
del Re Agesilao e la Repubblica de* Lacede-* 
moni come le Vite di Licurgo e di Numa, furon 
da lui dedicate a Nicolò Albergati Cardinale 
di Santa Croce Vescovo di Bologna (4). Di tut- 
te queste traduzioni come da lui eseguite a 
Firenze parla egli nelle sue epistole che sono 
a stampa, ma più distintamente in alcune ine- 
dite del Codice Trivulziano xi. 



(x) Consultisi per chi Toglia il Panzer Annales Typograph, ete» 
Tom. X. e il Maittaìre Tom. II., e III. 

(a) Fabric. Bibl. Greeca Tom. III. pag. <f4^,e 76. 

(3) Il Bandini cita come esistente nella Laurensiana una tradnk 
sion del Filelfo della Vita di Dione di Plutarco, dedicata a Fran^ 
eesco Barbaro. Io penso^ ch'egli abbia scambiato il Guarino col Fi- 
lelfo. Altrove ( Vita di Guarino ec. Tom. III. pag: 11 ) ho mo- 
strato che il Guarino tradusse la Vita di Dione, e che al Barbaro 
la dedicò. Che il Filelfo eseguisse questa traduzione non abbiamo 
4ilcuna prova. Egli non ne parla in quella lettera scritta del 1471 
( Lib. 34 Epist. pag. a38 ) al Vescovo d'Aleria, ove di quattro vite 
ragiona di Plutarco da lui tradotte. 

(4) Philelph. Epist. Lib: X^^XIV. pag. a38 Joannì Andrea Epw 
mopo Alériensi, 



6o 

Mentre il Pilejfo del modo che veduto ab- 
biamo era immerso nelle studiose sue appli- 
cazioni 9 i suoi principali awersarj, cioè a 
dire Nicolò Nicoli e Carlo Aretino cercava- 
no a Verona ogni via di metterlo in disgra- 
zia della famiglia de* Medici, e di strap- 
parlo a cosi dire , dal cuore di Cosimo . 
Il suo carattere orgoglioso, e la sua maldi- 
cenza ed inconsiderazione porgevano loro 
motivi per accusarlo, ma vedremo in breve 
che i soli non saranno stati né i più efHca- 
ci ch'eglino avranno usato per ottenere il lo- 
ro intento. Restituitasi la Famiglia Medicea 
a Firenze, il Nicoli e Carlo Aretino sostenu- 
ti dagli altri del loro partito riuscirono a 
far si che con pubblico decreto col pretesto 
delle guerre che assorbivano i tesori dello 
stato, i salari di tutti i professori fossero di- 
minuiti, lusingandosi con ciò che il Filelfo 
che avea famiglia, e avvezzo era a spende- 
re grossamente, non potendo a tale diminu- 
zione resistere, costretto fosse quindi ad ab- 
bandonare spontaneamente quella città. Ma 
onde meglio ottenere il loro proposito ope- 
rarono segretamente che ninno degli altri 
Professori sì opponesse a tale diminuzione, 
anzi se ne mostrasse contento, perchè forse 



6i 

V^avea chi lì ricompensava segretamente ad 
usura di quanto pèrdevano*. Intanto i nemi- 
ci del Filelfo questa vittoria ottenuta ne go- 
devano pubblicamente , e si ridevano alle 
spalle di lui. Ma egli non s'avvili per que^ 
sto, e non compiuti ancora i due mesi dalla 
epoca del decreto, si recò nel pubblico con- 
siglio, ed un'orazione pronunziò tendente a 
farlo rivocare per intero* Gli si opposero 
con vigore alcuni de' famigliari ed amici dì 
Cosimo, e fra questi Giuliano de' Medici fi- 
gliuolo di Averardo stretto parente di lui. 
Ma egli novellamente rispose e con tanta ' fa- 
condia, che posto quindi in deliberazione e 
ai suffragi l'affare, di 87 che segretamen- 
te pronimziarono il voto, trentaquattro die- 
der le palle in favor suo. Tal trionfo di lui 
vie maggiormente provocò l'ira de' suoi ne- 
mici, i quali poco appresso parte colle pre- 
ghiere, parte colle minacce, sotto velo del 
pubblico bene ottennero che quattro senatori 
fossero eletti i quali il diritto avessero di esa- 
minar tutte le spese della Repubblica, e di di- 
minuirle eziandio, ove ciò opportuno credes- 
sero. Costoro abolirono d'un colpo solo tutti i 
salar] che ai Professori si davano, dicendo non 
essere quello il tempo d'attendere agli studj 



6% 

ma piuttosto di amministrare la guerra. A talo 
deliberazione come che dispiacesse a tutti i 
buoni^ non vi fu alcuno che si avvisasse d'op- 
porsi, e perchè era approvata e lodata dai 
seguaci de' Medici, e jf^r non perdere del pro- 
prio decoro inutilmente opponendovisi. Il per- 
chè il Filelfo dicea che tale era il carattere de' 
Fiorentini, che più potean nuocere pochi cat>* 
tivi fra loro e di piccol conto, che non giovar 
molti buoni e potenti. Che se un u(»no virtui>- 
so era oppresso, veniva compianto da tutti, ma 
da niuno soccorso, e in prova di questa sua 
proposizione recava anche illustri e doniestici 
esempli (0. Egli però non credette bene né 
pure a questa occasion di acquetarsi, ma va<^ 
lendosi del privilegio usitato, appellò ai Sav) 
della città dimandando che quel decreto rivoi 
cato fosse ed abolito. Questi bene esaminata 
la cosa, annullarono i provvedimenti de' quat- 
tro economi come vani e dannosi, e restituiro- 
no ai Professori dell' Università Fiorentina le 

• 

provvisioni state loro assegnate, il che, se 
prestiam fede al Filelfo, ed è cosa non diffici- 
le a credersi di una eulta e studiosa città, piac* 
que universalmente (*). Dopo ciò nonconobber 

(i) Phil. Epiit. Lib. II. p«g. IO Nicolao Cardinali Bononiensù 
(s) Philelph. Epist. Lib. II. pag. la Cosmo Medici. 



63 

più freno i nemici di lui, e non più di nasco- 
sto e moderatamente qual prima, ma in pub-' 
Uico cominciarono a minacciarlo ed a dire 
che non era più da servirsi dell'aU(tQrità de' 
Magistrati da che si mostrava si fiacca ed 
imbecille, ma piuttosto dell'arme e del sangue. 
Aggiugnevano ch'era cosa turpe e scandolosa 
che il Principe della città ( intendevano Go« 
Simo ) fosse tante volte vinto da uno straniero. 
ÌSa, questo straniero pur troppo abusò de' 
suoi trionfi, e si condusse di foggia che dovet- 
te più e più animare ne' suoi nemici il furioso 
spirito di vendetta. Perciocché scrisse e a Car- 
lo Aretino, e a Nicolò Nicoli ed a Cosimo» 
quasi sfidando i due primi, e certo d'acerbi 
rimproveri e d' ingiurie caricandogli (0, e la- 
gnandosi acerbamente del terzo alla cui ci^a 
condiscendenza pe'suoi famigliari attribuiva 
tutte le persecuzioni che avea ricevute: quin- 
di scioccamente vantavasi di tutte le vittorie 
che sopra i suoi malevoli avea ottenuto (*)• 
Non veggiamo che Ciosimo prudente ed accor- 
to qual era facesse di proprio pugno rispo- 
sta a questa lettera, ma chiudendo in cuore 
il suo sdegno commise ad Ambrogio Gamal- 

(i) Lib. II. £pi8t. pa^. II. 
(b) Lib. II. Epiit. pag. la. 



64 

dolese ( il quale sebben non avesse ragioni di 
locarsi del Filelfo, esercitava sempre in favor 
suo buoÉii uficj) (') di assicurarlo ch'egli non 
era punto nemico suo, e che non avea moti- 
vo alcun di temere per parte sua né d'insi- 
die né di tradimenti (*) . Ma o che fosser 
sincere o che nò le assicurazioni di Cosi- 
mo , i nemici del Filelfo da lui provocati 
con tanta alterìgia, corsero alla vendetta nel 
modo che siam per narrare da lui stesso de- 
scrìttoci (^). 

La primavera dell'anno i433 mentre il Fi- 
lelfo una mattina si recava all'università, sbucò 
non so donde un sicario ch'egli non potè allo- 
ra conoscere, perché travestito alla foggia 
che i mercatanti solcano <4), il quale tratta di 
sotto alla toga una spada furìosamente gliela 
diresse al petto, e l'avrebbe anche ucciso, se 
l'assalito più pronto, colpito l'assalitore d'un 
pugno nel seno, non l'avesse allontanato. Il 
colpo però di costui percosse obliquamente il 



(z) Prima ancora della data delle citate lettere, avea il Carnai, 
dolese prevenuto il Filelfo e avvertito che gli si tendevano insidie, 
e It persone medesime indicato dalle quali egli più doveva guai^ 
darsi. Vedi Philelph. Epist. Lib. II. pag. Ambrato Monaco* 

(a) Phil. Epist. Lib. II. pag. la Ambrosio Monaco» 

(3) Phil. Epist. Lib. III. pag. 17 MnecB Silvio. 

(4) Si seppe poi che costui fu un tal Filippo nativo di Casale, 
Figliuolo di Tommaso e Nipote di Bruno, amendue sicarj notissimi* 



\ 



65 

Filelfo nel braccio sinistro, senza niente dime- 
no fargli idcun danno. Ma non contento alzò 
novellamente la spada e il ferì nel volto, 
ove portò poi lungamente la cicatrice. Come 
questo caso si seppe, fu il rumor grande, e 
universale il dispiacere. Il Magistrato degli 
Otto tre volte si recò alla casa del Filelfo per 
interrogarlo ed intender da lui quali persone 
egli credesse macchiate di si enorme delitto, 
e non volendo egli. dir ciò che pensava, per 
non esser cagione ( a quello almen ch'egli dice ) 
di scandalo e di tumulto, que' Giudici con pub- 
blico editto promiser ricco premio a colui che 
lor desse vivo o morto il reo nelle mani, o al- 
meno indicasse i promotori o instigatori di quell* 
' attentato. Varie persone pure furono poste alla 
colla perchè manifestassero la verità della cosa. 
Nulla però si seppe, o saper non si volle, per 
la ragione, dice il Filelfo, che il colpo era par- 
tito dall'alto, ed egli Pattribùisce alla casa de' 
Medici, e a Cosimo segnatamente (0. Pure da 
una sua lettera non istampata (XII) impariamo 
che Cosimo incaricò Ambrogio Camaldolese di 
fargli noto ch'egli avea inteso con molto suo 
dispiacere l'insulto fattogli, e ch'era prontissi- 



(i) Pkil. Epitt. Lib. III. pag. 17 Mìum SìIqìp, 
Tomo I. 



66 

mo a vendicarlo, ove indicato precisamente 
gli fosse il reo, e il luogo da lui preso ad asilo. 
Ma il Filelfo che già in suo cuore avea fitto 
che per volere di Cosimo e de* suoi , o almeno 
col loro consentimento fosse stato ingiuriato, 
nella sua risposta dissimula e tace, e protesta 
di volere abbandonare a Dio il pensiero di 
vendicarlo. Avendo però espeiimentatò che la 
vita sua era in pericolo, e persuaso essendo 
che i suoi nemici i quali male erano riusciti 
nel primo, avrebbono tentato un secondo col- 
po, pensò di abbandonare del tutto Firenze, e 
di stabilirsi in una città che meno combattuta 
fosse da nimiche fazioni. 

Era già qualche tempo che i suoi amici spar- 
si in diverse città d'Italia il sollecitavano a ve-« 
nir ad insegnare in esse, e a togliersi ai Fio- 
rentini tumulti. Francesco Barbaro, Leonardo 
Ci ustiniani, Daniele Vettori lo invitavano a Ve- 
nezia, Antonio Petrucci e Menmio a Siena, al- 
tri a Bologna e a Milano alla qual città più in- 
chinava (0; altri finalmente a Róma: v'avea 
pure chi il consigliava ad aprir in propria casa 
privata scuola, e per V istruzione d'un solo di- 
scepolo gli esibiva 60 annui zecchini. A costui 

(t) Philelp. Epitt. Lib. II. pag. io Antonio PanhormittB. 



/ 



67 

rispondeva sdegnato, che parea che più non 
si ricordasse della maniera sua di pensare, 
ch'egli non era avvezzo a fare il Locandiere, 
che quasi mestiéro di Locandiere sembravagli 
il ricevere in propria casa ad un certo deter- 
minato prezzo gli alunni. Che ciò che ih altrui 
avea biasimato egli mai sempre, non avrebbe 
unqua fatto egli stesso. Che se talvolta avea 
istrutti in sua casa discepoli, ciò sempre avea 
fatto gratuitamente, e per desiderio di lode e 
di gloria, non per guadagno che ne aspettasse, 
A tutti gli altri pòi rispondea che non essendo 
ancora spirato il termine di sua condotta, né 
per offerta di maggior premio, né per qual si 
voglia altro motivo avrebbe mai mancato al 
suo impegno. Tutte queste cose per la mag-* 
gìor parte impariamo da molte lettere inedite 
del codice Trivulziano (XIII). 

Ma dopo i corsi pericoli, comeché vedesse 
la necessità di partirsi, era nella scelta indeci- 
so del luogo che a lui più si convenisse. Men- 
tre però cosi pendeva dubbioso, un celebre 
avvenimento, di cui siamo in dovere di rende- 
re esatto conto, accaduto poco tempo dopo 
Finsulto da lui sofferto, depor gli fece il pen- 
siero di abbandonare Firenze: ciò fu l'espul- 
sione di Cosimo de' Medici da quella città. 



68 

Era già lungo tempo che la famiglia de'Medici 
fatta ricca e possente colla mercatanzia dava 
grande il sospetto non volesse aspirare all'asso* 
luto dominio di Firenze sua patria .Giovanni pa- 
dre di Cosimo, colla prudenza, colla modestia, 
coi beìiefìcj avea fatta la prima figura, e la sua 
morte accaduta Panno 142*8, fu riguardata co- 
me una delle maggiori disgrazie pubbliche (4) . 
Cosimo di lui figliuolo ( per nulla dir di Loren- 
zo ) fu non solamente erede dei tesori del pa- 
dre, ma eziandio delle doti delibammo, e della 
beneficenza segnatamente in cui il superò. Era 
tutta sua cura il farsi di molti partigiani ed 
amici, ed ove di daìnaro da questi fosse cerca- 
to, la sua borsa era sempre aperta per essi. 
Anche nelle necessità della Repubblica i suoi 
soccorsi erano pronti. Al contrario affettava 
egli singoiar modestia, non entrava mai ne^ 
caldi partiti, e non brogliava per. essere rive- 
stito delle più onorevoli dignità, che col ma- 
neggio de' suoi partigiani però sempre ottene- 
va. Fra questi i più caldi erano Averardo de* 
Medici suo parente, e Puccio Pucci. Il primo 
si distingueva per audacia e per fuoco, il se- 
condo per prudenza, ed astuzia. Col mezzo 



(i) Fahroni Vita Gotnd Medicei pag. i6. 



69 

dell'uno la fcasa de* Medici otteneva facilmen- 
te ciò che bramava, col mezzo dell'altro il 
manteneva, e legittimava. Tanto era stimato 
da tutti e temuto Puccio, che il partito o la 
fazione de' Medici, non da questi prese la sua 
denominazione, ma da colui che la favoriva .e 
sosteneva e fazion de' Puccini fu nominata. 
Questa era composta in gran parte di persone 
non nobili il cui numero crebbe a segno che 
all'ordine Patricio diede molto a temere, e 
quindi un altra fazione si vide sorgere che le 
si contrappose^ onde la città si divise e fu agi- 
tata da due fazioni, quella cioè della plebe o 
de' Puccini, e quella de' Nobili. Alla testa di 
quest'ultima era Messer Rinaldo degli Albizzi 
uomo ardènte, ambizioso e feroce nemico de' 
Medici, e di Giosimo segnataniente. Egli sot- 
to colore di mantenere la libertà avrebbe vo- 
luto spento e distrutto non solamente il Medi- 
ceo lignaggio, ma tutto intero il partito che il 
favoriva. A moderar però tali voglie insensate 
gli era di sprone Nicolò da lizzano che regola- 
va la fazione de' Nobili in quella guisa che 
Puccio quella della plebe o de' Medici. Nicolò 
amava di verace amor la sua patria, era con- 
trario alla fazione de' Medici perchè temeva 
non questa opprimesse un giorno o l'altro la 



f 



70 

libertà universale, ma odiava nel tempo steMO 
le violenze, i tumulti e tutto ciò che i più au« 
daci avrebbon voluto tentare. Era dunque sua 
cura di vegliare contro le segrete macchine 
de' Puccini, acciocché non si alterasse quella 
forma di governo ch'egli credeva più atta a 
mantenere la libertà e tranquillità pubblica^ 
ma si studiava d^imbrigliar nel tempo stesso i 
più sfrenati del suo partito medesimo, dagli ec- 
cessi de' quali gli stessi anzi maggiori danni te- 
mea, che non dal trionfo di que' del contrario. 
Insino a tanto ch'ei visse, egli riuscì nel lodevol 
suo intento, e segnatamente, ciò ch'era la più 
diffìcil cosa di tutte, a tener in dovere Rinialdo 
degli Albizzi. Ma morto egli l'anno i433, Ri- 
naldo solo veggendosi alla testa del suo part^ 
to, si abbandonò tutto all'odio e al furore dai 
quali era invasato. Radunò i suoi amici, e usan- 
do di quell'eloquenza che avea avuto in dono 
dalla natura, che lo studio avea in lui perfe- 
zionata, dipinse con colori si energici l'ambi- 
zione e gli scaltri avvedimenti dei Medicf, l'uso 
che faceano delle loro ricchezze onde sempre 
accrescere il numero de' loro seguaci per quin- 
di opprimer lo stato e dominarlo, che accese 
in tutti lo spirito di tumulto e l'odio contro di 
Cosimo a tale che già èra riguardato come oe- 



71 

mico e tiranno. Alla sua ruiila altro non resta- 
va oggimai che crear un Gonfaloniere della 
fazione a lui contraria, e creatura dell^Albizzì. 
Tale era Bernardo Guadagni uomo debole, op- 
presso da' debiti, e quindi vizioso. Ma perchè 
egli potesse essere decorato di quella suprema 
dignità, bisognava ch'egli fosse netto dell'altrui 
avere, e a ciò provvide Rinaldo colla propria 
sua borsa. Dopo ciò fu eletto il Guadagni Gon- 
faloniero per sedere il Settembre è l'Ottobre 
dell'anno 1433. Rinaldo s'accordò quindi con 
esso- lui sul modo più acconcio onde ottenere 
il suo intento. Armò tutti i seguaci di sua fa- 
zione, nel tempo stesso che Cosimo ebbe dal 
Gonfalonìero l'ordine di comparirgli dinnanzi. 
Quegli nella sua innocenza fidando, comechè 
i suoi amici ne lo sconsigliassero, si presentò. 
Rinaldo co' suoi sateliti si recò alla piazza ove 
la Signoria fece chiamare il popolo e creare 
dugento uomini di Balìa per riformare lo stato 
della città. Intanto Cosimo era stato rinchiuso 
nella .Torre del pubblico Palagio e dato in cu- 
stodia a Federigo Malavoki. La Balìa novella- 
mente eletta cominciò a trattar della riforma 
dello stato, e della vita e della morte dì Cosi- 
mo, dà che teneasi per fermo, che tale rifor- 
ma sarebbe stata nulla, libero essendo Cosimo 



7a 

ed in Firenze. Ma 8U questo particolare le opir 
nioni furono discordi, alcuni volevano ch^egli 
fosse esigliato, altri che morto. Fra i primi 
Palla Strozzi come più moderato ed umano; 
fra i secondi Rinaldo degli Albizzi. Altri non 
si ardivano di pronunziare il voto per opposti 
timori. Questa discrepanza, che ritardò la sen* 
tenza, fu la salvezza di Cosimo. Intorno alla 
carcerazione di lui abbìam lettera del Filelfo 
inedita del Codice Xrivulziano a Palla Strozzi, 
che mostra l'opposizione delle opinioni del 
pubblico su questo particolare (XIV). Senti- 
mento era di lui che l'uom si serbasse neutra- 
le, e tale era il consiglio che dava all'amico, 
esortandolo a ritirarsi in camjpagna insino a 
tanto chela cosa fosse decisa. Vedeva però 
egualmente pericoloso il partito di liberar Co-- 
Simo o d'ucciderlo, e non sapea in sua mente 
decidersi. Cosimo, com' è detto, era stato affi- 
dato alla custodia di Federigo Malavolti. &a 
costui uomo probo e moderato, e niente nemi- 
co del suo prigione. In sulle prime questi si 
teneva spacciato, e temendo d'essere con ve- 
leno ucciso s'asteneva dalle vivande, di pane 
solo nutrendosi. Ma fu rassicurato dal suo cu- 
stode che volle mangiar con esso lui prote- 
standogli che non avrebbe permesso mai, men- 



73 

tre era in poter suo^ che la sua vita fosse insi** 
diata. Per rallegrarlo gli fu condotto una sera 
un certo denominato Farganaccio uomo faceto 
e sollazzevole, famigliare del Confaloniero. Il 
Malavoltl o che ciò a caso facesse, o che ad 
arte, sotto velo d'un affar- di premura lasciò 
con costui solo Cosimo, il quale approfittar 
seppe dell'occasione, e col Farganaccio conve- 
nutosi, gli diede un ordine per lo Spedalingo 
dì santa Maria Nuova, in forza del quale gli 
sarehbono di presente pagati mille e cento 
ducati: i cento sarebbon suoi, i mille volea che 
segretamente fossero consegnati al Confalo- 
niero colla preghiera di voler concedere un 
momento d'udienza al Prigione. I danari am- 
mollirono tosto il cuore del Cuadagni, il quale 
in virtù della sua dignità condusse in maniera 
le cose, che ove moltissimi voleano spento 
Cosimo, tutta la pena sua fu d'essere confi- 
nato a Padova, per la quale città, bene difeso 
da guardie acciocché non soffrisse insulti o 
violenze, parti egli ai 3 di Ottobre del i433 
con rabbia di Rinaldo degli Albizzi che volea 
la sua testa, e degli altri suoi più accaniti ne- 
mici. Tutte queste notizie abbiamo tratte in 
gran parte da autentici documenti da Mon- 



74 

signor Fabronì pubblicati nella sua Vita di 
Cosimo (0. 

Con Cosimo furono pur confinati ì capi del 
8UO partito. I più avveduti però presagirono, 
che com'egli era scampato da morte in virtù 
de^suoi danari^ sarebbe parimente in virtù de* 
sudi danari restituito ben presto alla patria*^ 
Fra que' che ciò sentivano fu pure il Fi- 
lelfo (*). 

Colla partenza dei Medici e degli altri del 
lor partito par che il Filelfo a gustar comin* 
classe di qualche tranquillità. In fatti più non 
pensava a rivolgersi altrove come rilevasi da 
lettera inedita ad Andi*eoccio Petruccio Sene- 
se (^)indirìzzata, nella quale dichiara ch'era im- 
pegnato a Firenze tutto Panno 1434» ^ che in 
caso che si risolvesse di accettare in appresso il 
partito di Siena, gli scriverebbe. Ma ben lunge 
da ciò, accolse egli Volentieri l'offerta della 
Repubblica Fiorentina che gli esibiva per l'an- 
no vegnente 1435 la cospicua somma di 4^0 
zecchini (4). Parea peraltro ch'egli stesso per- 
suaso fosse di non averne a godere, e che quel- 



(x) T<^. II. pag. 69 e se^.. 

(a)- Ciò appar da «uà lettera inedita del Codice Trìrulziana XV • 

(3) Ivi XVI. 

(4) Philelph. Spift.Lib. II. pag. i3 Leonardo Justiniaao. 



75 

la bonaccia non dovesse durar lungamente* 
Questo timore egli esprìme in altra sua lettera 
a Enrico Carreto suo amico indirizzata (0. 

Egli però mentre Cosimo fu in carcere ed 
in esigilo, si prese il vile e crudel piacere d'in*»» 
veir contro di lui e i suoi seguaci con veleno* 
sissimé satire infamatorie, vendicandosi in quel , 
modo ch'egli potea di quelle persecuzioni che 
da loro si credea aver ricevute. Non riporte- 
remo i passi varj di quegli scritti impudenti 
che posson per chi voglia leggersi impressi (*), 
per non contaminare con orribili oscenità la 
nostra penna, e le orecchie de* nostri onesti 
lettori. Ma poco durò quel suo basso trionfo* 
Partito Cosimo si conobbe tosto com'egli ama* 
to fosse universalmente, da che sul volto delle 
genti dipinto vedeasi il lutto e lo spavento. E 
per verità era mancato quelP uomo che sapea 
astutamente co' beneficj e co' denari, l' amor 
cattivarsi de' più poveri cittadini che formano 
sempre il ma^ior numero. Quindi i due parti- 
ti più che mai caldi mostrarònsi l' uno a stu- 
diare i modi onde Cosimo si rimanesse in esi-i* 
glio, l'altro onde ben presto richiamato fosse, 
e di tale autorità rivestito da più non avere a 

{i) Inedita del Cod. Triv. XVII. 

{%) Decad. II. Hecat. III. Decad. IV. HtCAt» I. 



94 
signor Fabroni nelle erudite 8ue vite di Ck>8Ìmo 
e di Lorenzo de' Medici e il signor Roscoe 
eziandio in quella del Secondo^ allo smoderato 
orgoglio del Filelfo e al suo disprezzo per ogni 
altro letterato, e alla sua penna velenosa e 
satirica il vero motivo attribuir dobbiamo dell' 
esser egli stato costretto a partir da Firenze 
e da Siena. Anzi questi ultimi per quel troppo 
cieco amore che comprende talvolta chi scrive 
le geste di un qualche celebre personaggio, 
assolutamente niegano quanto narra il Filelfo 
delle trame più volte ordite contro di lui 
onde levargli la vita, per purgare da questa 
macchina la casa de' Medici, e Cosimo segna- 
tamente. Ma noi non siam disposti di dar 
piena fede né all' uno ne agli altri, mentre 
da più importanti ed arcane fonti crediam 
derivate le persecuzioni da lui sofferte. E per 
verità come spiegare altramente quello che 
avvenne? Monsignor Fabroni crede supposte 
dal Filelfo le insidie tese contro la sua vita (0; 
e poi afferma, ciò che per altro non può 
negarsi, si autentici sono i documenti co' quali 
ciò prova, che questi cercò di far assassinar 
Cosimo ed altri suoi amici ed aderenti. In 



(x) Id. Kpiit. Lil). III. pa|[. 17 Catoni Sacco» 



95 

tal caso il Filelfo non sarebbe già statò un 
uomo solamente orgoglioso, iracondo, vendi^ 
cativo, ma un vero pazzo, anzi una furia. 
E poi come mai un letterato di grido si, ma 
straniero, senza potere, senza credito insidiar 
la vita d'un uomo ricchissimo e potentissimo? 
Qual collisione mai potea essere fra Cosimo 
ed il Filelfo? Ma ove si ammettan per vere 
( eh' è follia il dubitarne ) le persecuzioni con- 
tro quest'ultimo, come mai supporre che Co- 
simo contro un semplice letterato di lingua e 
vero mordace ed insolente infierisse, o permet- 
tesse che s'infierisse a segno di assoldar più 
volte sicarj onde torgli la vita? Da altra fonte 
dunque, torniamo a ripeterlo, procedettero 
gl'infortunj di questo letterato brigante, da lui 
in parte meritati per non aver voluto adottare 
nelle sue operazioni la massima da lui eneo- 
miata, che un forastiero non dovea troppo 
curioso mostrarsi in istraniera Repubblica. 

Abbiam già detto delle due fazioni che di- 
videano la Città di Firenze, l'una della plebe 
o Ae^ Puccini alla testa della quale era Cosimo, 
l'altra dei Nobili guidata da Rinaldo degli 
Albizzi. Ora non è punto a dubitar che Filelfo 
non avesse l'animo inchinato alla seconda, 
poiché il veggiamo con nodi d'amicizia legato 



96 

coi primi capi di questa» quali furono il no- 
minato • Rinaldo, e Palla Strozzi. Al contrario 
rade volte facevasi vedere in casa dei Medici» 
com'egli stesso confessa e se ne scusa scriven- 
do a Closimo, adducendò le molte sue occupa- 
zioni, e il non saper far la vita del parassito dell' 
adulator del cagnotto, come Nicolò Nicoli, Gai^ 
lo Aretino faceano ed altri molti('). Altrove con- 
fessa eh' egli era amato a Firenze, ed accarez- 
zato da tutti i Patrie], e che solamente quegli 
che esercitavano la tirannia, cioè i Medici, e la 
plebe fautrice de' Medici gli eran contrarj (*)• 
Giunto a Siena i suoi più intrinsici amici erano 
gli esuli Fiorentini che quivi s'erano rifuggitii 
alcuni de' quali de' più mendici colle proprie 
sostanze sue alimentava, e confortava con av- 
vertimenti e consigli: ciò narra egli nel tempo 
stesso che afferma, che ciò provocava lo sdegno 
di Gosinio, di che si ride e protesta di voler 
sempre fare il medesimo (^). Altrove poi accu- 
sa Palla Strozzi di soverchia clemenza e bontà 
di cuore nel non aver voluto permettere che 
Cosimo quando fu posto prigione, come volea 



(i) Vita Cosmi Medicei. Tom. II. pag. ii6 
(a) Philelph. Epist. Lib. II. pa^. la Cosmo Medici. 
(3) M.. Epist. Lib. II. pag. i3 Petro Parleoni, decad. II. Ht- 
rat. I. 



97 
Rinaldo degli Albizzi, fosse anche ucciso (0. A. 
ciò s'aggiunga ch'egli Panno i436 scrìsse una, 
com'egli la chiama, Satìrica esortazione in ver^ 
si (») nella quale supplica in nome degli esiUi 
Fiorentini Filippo Maria Visconti Duca di Mi- 
lano a mandar i suoi eserciti contro Cosimo 
de' Medici, e cosi restituir questi infelici nella 
lor patria (^) . 

Nella Libreria Ambrosiana conservasi un Co- 
dice in Pergamena colle iniziali miniate in bel 
Carattere, il qual porta questo titolo. Francisci 
Philclphi Oratìonum in Cosmum Medicem ad 
exules optìmates Florentìnos Liber Primus. Di 
<]uesto Codice non parlano non che lo Zeno, 
né tampoco il Sassi e l'Argelati, e nói pub-» 
bucheremmo volentieri fra i documenti inedi- 
ti questa che altro non è che un'Invettiva in 
prosa contro di Cosimo, se ciò non ci vietasse 
la descrizion che contiene di molte orribili 
oscenità imputate a Cosimo, a Nicolò Nicoli, 
a Carlo Aretino, al Poggio e ad altri. All'uopo 
nostra diremo che scopo dell'autore con essa 
è di muovere gli esuli Fiorentini a sollevarsi 
tutti ed armarsi, ad implorare l'ajuù) del Duca 

(i) Decad. IV. Hecat. I. 

(a) Philelph. Epùt. Lib. II. pag t$ Joanni Francisco Gaìlinm* 
(3) Questa Satira od esortazione in rrrsi è stampata fra le sue sati^ 
rt^ ed è YEcatostiea prima della Decade V. 

Tomo J. ' 7 



9^ ' - 

di Milano ed imitisi ai suoi eserciti rivolgersi 
contro Firenze, espugnarlai uccidere i Medicj, 
e rimetter la Patria nella primiera sua liberti. 
Nel fine si legge, Finis die XV Noventbris 
MCCCCXXXVII Exscripsit Rainaldus MbU 
zius Eques Florentìnus exul Anconca» 

Francisci Philelphi Orationum Cosmianarum 
Liber Primus explicit. 

Da tutte queste cose conviqti assolutamen- 
te crediamo che la sua parzialità anzi stretta 
lega colla fazione contraria ai Medici, ì suoi 
maneggi e raggiri non meno che le sanguinose 
ed infamanti satire contro di loro il vero mo- 
tivo fossero dell'odio di questi contro di lui, e 
di quelle persecuzioni e violenze che dovette 
soffrire. E eooieehè non siam persuasi che Co- 
simo assolutamente comandasse Fuccisione del 
Filelfo, mancando noi di prove per affermarlo, 
come ne manchiam per negarlo, pure crediar* 
mo ch'egli non ignorasse ciò che si macchina- 
va per altri in danno di quel letterato, e in 
luogo d'opporsi, come potea, se ne mopjirasse 
contento: nel che se non possiam assolverlo 
affatto di delitto e di abuso di autorità, il poa- 
siam compatire considerando la sua situazione 
d'allora, e la temerità d'uno straniero che be- 
neficato da lui, si era gittate in braccio d'una 



99 
fazione "a lui giurata nemica^ e tetìtava con 
essa di perderlo non men civilmente che mo- 
ralmente. 

A confermare quanto abbiam detto sin qui 
debbe essere di molto peso Pautorità d^uno 
«ctittor Fiorentino del Filelfo conte«i][X>raneo, 
cioè di Vespasiano nella breve vita che scrisse 
di lui, il quale dopo aver detto dell* invidia 
che il Filelfo portava a Carlo Aretino per il 
favore mostratogli da Gk>simo e da tutta la 
cavsa Medicea, continua nel semplice e rozzo 
suo stile cosi: Veduto questo (cioè la predile- 
zione de* Medici per Carlo Aretino ) Messer 
Francesco Filelfo subito cominciò a settegare 
cioè setteggiare e {?oltossi a Meiser Rinaldo 
degli Attizzi e da quegli del trentatre e co^ 
minciò in modo a sparlare di Cosimo e di quelli 
di treìitaquattrOy che ritornato Cosimo e rimu^ 
tato lo stato, Messer Francesco fu confinato, ed 
ebbe bando di rubello, e furono queste sue sedi^ 
zioni cagione della sua rovina. 

Ritornato il Filelfo a Bologna dieci anni da 
che n'era partito, fu in sulle prime secondo il 
solito contento di quella città, ma le civili di^ 
scordie che vi trovò (0, e Tarmata di Nicolò 



(i) Philalp. Epist. Lib. Ili» |Mig< 17 Aenem Sihpio pag. si Bor^ 
nio Sol»* 



ICO 



Piccinino Generale al servìgio del Duca.Filip^ 
pò Maria Visconti introdottavi per opera del- 
la fazion Bentivoglia ('), gli ne renderono ben 
tosto molesto il soggiorno. Non potendo altro 
fare, si sfogò a descrìvere nelle sue Satire gli 
scompigli e la confusione di quella città sem- 
pre parteggiante e divisa, ma celebre nel tenif- 
po stesso per ingegni pronti e vivaci (*): onde 
si vede che niente potea interrompere le stu- 
diose e geniali sue occupazibni. Nel poco tem- 
po che quivi s' intertenne compiè eziandio un* 
operetta breve è vero di mole, ma che segna- 
tamente a que* tempi gli dovette costare e 
lungo studio e fatica. 

Federico Gomaro suo amico gli avea scritto 
trovar fatta menzione e in Marco Tullio, e in 
Tito Livio, e in molti altri Scrittori d' alcune 
leggi, senza che ne spiegassero Tìmportanza, e 
il motivo per cui furono promulgate, e il tem- 
po, e da chi. Tutto ciò gli rendea difficile l'in- 
telligenza d'alcuni passi di quegli Autori e per 
la spiegazione ricorreva al Filelfo.. Questi com- 
piacque l'amico, e quest'erudita operetta pre- 
ceduta da una breve epistola sua in data di 
Bologna degli 1 1 Aprile 1439 leggesi stampata 

(i) Muratori Annali d' Italia all'anno 1439. 
(a) Decad. II. Hecat. IK. Décad. VI. Hecat. II. 



101 

nell'edizione delle orazioni e varie opere del 
Filelfo fatta a Milano del i48i> e nelle poste-^ 
riorì eziandio. 

Intanto ricevette egli per una parte pres- 
santissimi inviti dal Duca di Milano che senza 
dilazione alcuna il chiamavano presso di se, e 
per Paltra avvertimenti da un suo amico di 
ben custodire la sua persona, perchè anche a 
Bologna vi avea chi ai suoi giorni insidiava. Di 
ciò e' informa una lettera inedita del Codice 
Trivulziano ( XXni ). 

Da altra sua lettera scritta pur da Bologna 
tratta da un Codice delPAmbrosiana ( M. 44) 
ad Antonio Pessina, veggiamo ch'egli pensava 
di ben munirsi d' istrumenti a difesa ove fosse 
assalito , perciocché gli scrive di aspettar 
quanto prima un pugnale, non esercitar con 
esso il mestier di sicario, ma per difendersi dai 
Sicarj Sicum expecto propediem non ut Sicarìus 
utar sed in Sicarios. 

Dopo ciò è ben naturale che gli si facesse 
Fora milPanni di abbandonare Bologna. Ma 
non potea ciò senza violar la data parola di 
starvi per lo meno sei mesi. Cercò che il Duca 
di Milano interponesse la sua autorità presso 
quel Magistrato, e l'ottenesse in grazia da lui (0, 

(i) Philelp. Epist. Lib. III. pag. 17. Catoni Sacco, 



I02 



e infatti da lettera sua (0 s'impara che il Duca 
a vea incaricati gli Agenti di Nicolò Picciniiìo di 
maneggiar quest'affare. Ma o che il Magistrato 
Bolognese fosse difficile, o freddi gli Agenti» il 
buon Filelfo non ebbe la sofferenza di atten^ 
dere, e d'improvviso senza far motto ad alcu*^ 
no si parti di Bologna» scusando e colorando 
la sua determinazione con un avvenimento 
che ha tutta l'aria di Tomanzesco, e che come 
tale intendiam di narrare a' nostri Lettori. 

Racconta egli dunque (^) eh' eragli fuggito 
di casa il figliuolo suo primogenito Mario in 
età allora di i3 anni all' incirca, né avea po^ 
tuto sapere ove ricoverato si fosse. Venti* 
cinque giorni èran passati ed egli viveva nella 
massima agitazione, quando una notte gli 
parve in sogno che il fìgliuol suo fosse a Pia<* 
cenza in poter di alcuni soldati che il coodu» 
cevano seco. Riscaldato da questo sogno, e 
dandogli piena fede, la mattina apprèsso mon^i^ 
tato a cavallo con due servitori si pose in via 
verso Piacenza, e giunto alle porte vide uscire 
da queste a cavallo un certo Fiorio Nopatina 
Milanese in compagnia del suo figliuolo Mario. 
Come Fiorio riconobbe il Filelfo, smontò dal 



(x) Cod. Triy. XXIV. 

l'i) Fil«lph. Epitt. Uh. III. pa|^. i8. Alberto Zéneario^ 



loS 

cavallo^ e gli disse, che avendo trovato quel 
giovinetto in compagnia d'alcuni soldati vi- 
ziosi» Pavea tratto loro di mano ad intendi- 
mento di condurlo in casa di Antonello Arcim« 
boldo il quale l'avrebbe accolto e guardato 
con sommo amore, essendo fratello di Nicolò 
Arcimboldo sviscerato amicò del Filelfo. Qu^ 
sti ringraziato Florio e ricevuto il Figliuolo en«» 
trò in Piacenza, con intenzione di ristorarsi 
dalle fatiche del viaggio, e ripartir il giorno 
appresso alla volta di Bologna. Ma in sulla 
sera venne a visitarlo Pietro Piazza Gover- 
nator di Piacenza in nome del Duca Filippo 
Maria Visconti, il quale fra le altre cose il ri- 
cercò quando pensava di partir per Milano. 
Filelfo gli rispose che atteso il suo impegno 
co' Bolognesi non potea passare a Milano che 
in Autunno, e ch'era determinato il giorno ap- 
presso di restituirsi a Bolc^a. A ciò s'oppose 
il Piazza mostrandogli ch'era assolutamente 
del suo dovere, ch'egli essendo cosi vicino, si 
recasse a Milano per inchinare quel Duca, dal 
quale sarebbe con molta clemenza accolto, e 
volentieri veduto. Cedette egli, e giunto a Min- 
iano fu introdotto all'udienza di quel Principe 
che il ricevette con tanta umanità, e con tan- 
te carezze, che il buon Filelfo confessa che 



io4 

non sapea ove si fosse per la soddisfazione e 
la maraviglia. Era egli alloggiato alla Locanda 
della Cervia da cui forse quella contrada che 
anche adesso Cers?ia o Cers?a s'appella prese la 
sua denominazione. Compiuto a ciò perchò 
era venuto, ricordevole del suo impegno co* 
Bolognesi, e della famiglia che avea lasciata a 
Bologna, fece chiedere la licenza e i passapor* 
ti al Duca senza i quali non avrebbe potuto 
passare il Po, per i regolamenti severi che ^» 
lora su ciò vigevano. Ma questa licenza, e que« 
sti passaporti gli erano sempre promessi, ma 
non mai rilasciati con molto suo dispiacere a 
quel ch'egli dice, perchè temeva d'esser da* 
Bolognesi tacciato di rotta fede, e di uomo leg- 
giero (0, Il perchè scrisse egli a Bologna per 
giustificarsi, ed addur le ragioni del suo non 
volontario ritardo (*)• Ebbe finalmente i passa- 
porti e con essi nuove carezze e ricchi doni 
dal Duca (^) e parti, leggendosi lettere di lui da 
Piacenza (4), ma pochi giorni dopo la data di 
queste il veggiam restituito a Milano, senza 
che più di Bologna egli parli. Il perchè è forza 



(i) Filelph. Epist. Lib. III. pag. 18 Aloyiio Crotto Girardò 
Leonardo Cardinali Comensi, 

(a) Philelp. Epi»t. Lib. III. pag. 18 Raphaeli Fuschtrario. 

(3) Ibid. Alberto Zan cario. 

(4) Ibid. GfAarnerio Castellioni. 



io5 

dire che pochi momenti quivi si trattenesse e 
solamente quel tempo che necessario era ad 
ordinare il trasporto del suo bagaglio, ed a ri«* 
prendere la famiglia che vi aveva lasciata. Che 
che fosse ai i6 di Giugno del 1439 il veggiamo 
a Milano ove egli passò alcuni mesi de'qnali 
non ci ha voluto dar conto, ma ai io di Otto* 
bre dell'anno stesso jegli si recò a Pavia ('), ove 
stette colla famiglia sino agli 11 di Febbraio 
dell' anno susseguente come da molte sue let- 
tere appare (^). In questo intervallo fu incari- 
cato dal Duca di Milano di varie commissioni 
importanti, delle quali parla egli oscuramen- 
te t^), ma la principale sua occupazione fu 
quella di Pubblico Professore in quella città» 
ciò che ha con molte ragioni provato il signor 
Siro C!omi con erudita sua dissertazione (4), e 
ciò che ha affermato il Filelfo medesimo nella 
sua orazione per l'elezione di Jacopo Borro- 
meo a Vescovo di Pavia che leggesi fra le sue 
operette stampate a Milano nel 1481. 



(i) Ibid. Federico Cornelio. 

(1) Philalph. Epist. Lib. III. pag. ao Joanni Ferufino e se- 
guenti. 

(3) Philelph. Epist. Lib. III. pag. ao Catoni Sacco Joanni 
Antonio Brixiano Catoni Sacco ed. 

(4) Franciscus Philelphus Archjgimnasio Ticinensi Vindicar. 
tus pag. 178. e Seg. 



io6 

I suoi voti però erano di stabilirsi in quest^ 
ultima città» e a tal patto solamente avea egli 
abbandonato Siena, e quindi Bologna, come 
scrive a Luigi Grotto Senatore Ducale suo 
amicò (')• 

Nel tempo eh Vgli stette qual Professore a Pa^ 
via, si recava spesse fiate a Milano, e per Pim** 
mediato servigio del Principe, e per cort^- 
giarlo. A tal fine vi venne il primo giorno d^' 
anno i44^» ^^^ ^^ ^S^^ molto onorato. Percioc- 
ché in sull' albeggiare di quel di solenne con 
tutti i cortigiani e la nobiltà andò a corte, ov' 
egli con pochi altri de' principali fu ammesso 
nel Cenacoloy com'egli il chiama, de^ Nobili. 
Stette quivi insino a che il Principe termina»* 
se di pranzare, da che egli sempre al primo 
spuntar dell'aurora pranzava. Regalò il Duca a 
tutti i nobili e cortigiani anelli di varie quali- 
tà e prezzo, il Fìlelfo uno n'ebbe d' un grosso 
diamante in forma piramidale di molto valo- 
re (*). Tal distinzione gli toccò il* cuore onde 
beato chiamavasi, e certo oggimai dell'amore 
e della stima che di lui faceva quel Principe, 
dal quàl protestavasi che la morte solamente 
l'avrebbe diviso, proponendosi di ricusar tutte 

(i) Epitt. Lib. III. pag. ai. 

(a) Philelph. Epùt. Lib. III. pag. ao Catoni Sacco. 



I07 

le offerte che di stabilirsi altrove gli fossero 
fatte, come a vero dire anche fece (*). Final- 
mente furono le sue brame appagate, perciò- 
che per ordin del Duca fu chiamato a Mila* 
DO ove venne agli undici di Febbraio del 
i44<>9 ricevuto con sommo giubbilo dal suo 
Principe, da tutta la corte, e dal Popolo Mi- 
lanese, cui già diceva d'accorgersi d'esser di- 
venuto carissimo (*)• 



(i) Philelph. Epist. Lib. Ill.pag. ai Petro ThomcuiOi Leonari 
do Justiniano. 

(a) Philelph. Epitt. Lib. III. p«^« %t Alberto Zancario, 



11:2 



tho8 populos sane fprocissimos. Ootthos vero et 
Getas eosdem esse. Eas ego regiones omnes, qua 
tempestate admodum juvenis, vel potius adole- 
scens^ quippe qui agerem quintum ac vigesimum 
ctatìs annum, a Johanne Palaeologo Manuelìs filio, 
qui Constantinopolim tenebat imperio sum orator 
missus ad Sigismundum regem, et vidi et peragra* 
vi. Nam quoniam rectum in Hungariam iter in ter- 
cludebatur a Turcis, trajiciundura mihi fuit per 
Mare Euxinum ad Asprocastrum, quod oppidum 
astate proxima Turci, qui Theodosii hoc est Gap- 
pha potiti sunt, frustra oppugnavere. Praeterea 
idem Matthias iisdem litteris scribit venisse ad se 
nuncium.a Bassiade Romani»: is est Dux, qui prò 
impio Tytanno Mahometo universis Greci» exerci* 
tibus praeest: qui quidem nuncius verbis illius Bas-> 
siadis ait respondisse se neminem omnino auditu* 
rum bellumque malie quam pacem ; nec illud aliter 
quam sola pugna solvi oportere. Addebat autem in 
iisdem litteris sibi grandi pecunia opus esse ad con* 
tinendum exercitum. Itaque Summus Pontifex ut 
est unus omnium religiosissimus et optimus nulli 
rei magis studet quam cogendis exigendisque pecu- 
niis^ quas ad Matthiam mittat, quas brevi et exa<- 
ctas et coUectas fore puto: modo novus Gallia 
Transalpina motus ac tumultuatio rem ipsam non 
impediat; id quod et Christianis detrimentosunu 
foret, et Turcis non mediocriter conduceret. Vale— 
Ex Urbe XIII. Kal. Martias MCCCCLXXVI. 



ii3 



IL 

Ad Qasparum Mercatum 
Valentie^ Comitem. 

JL lon venio Gaspar nam sudant ingiiina multo 
iEstu, quo testes tres mihi bella movent. 

Ad eundem» 

Te cuncti Mercate putant posse omnia aolum, 
Quem Dux magnanimus diligit egregie. 

At tu posse parum respondes, ficta locutus: 
Quem reprobet Vates testibus ecce tribus. 

Cicche Simonetta Ducali Secretano. 
» • . Ecce uatant trini laxo sub tegmine testes« 



III. 



Petro Michaeli Jureconsulto. 

\^uod mihi per litteras consulis incredibili mea 
cum voluptate complector. Prospiciam igitur rei 
me» non magna cum difficultate: id enim mihi in 
manu est. Nec mihi temporum condicio, aut ho- 

Tomo J. 8 



"4 

minum malignitas uUum terrorem affert. Nam hu- 
jusmodi ieci anchoras, quibus in omnem ventorum 
impetum nostra navis tuto in portu futura sit» Quod 
ad publicam privatorum mihi auditorum conditio- 
nem suades, ingentes habeo tibi gratias. Verum si 
meas illas priores litteras memori» repetieris, ea- 
dem mihi qu» modo nunc mens est. Nulla enim 
mercede adduci possem, etiam si auri montes» ut 
aiunt, mihi proponerentur, ut a privatis quibus- 
piam ad docendum conduci vellem: idque ut ob 
alias causas, tum quia istiusmodi captus spe. Ve-* 
netiis sum delusus. Nam ubi quingentos aureos 
quotannis patricii quidam viri mihi spopondissent 
privati m, et hac n>e via ex Bizantio accersissent, 
reperi spem solum et yerba. Itaque lam mihi cave- 
re didici eiusmodi edoctus perìculo, et quam illi 
pestilenti» causam dabant, ego illis adscribo. De- 
mus igitur operam vir humanissìme et optime ne 
qua in ter nos accidere queat expostulatio. Si mihi 
ex «re publico asqua merces et prò dignitate con- 
stituta fuerit^ brevi ad vos ibo. Nam hunc dumta- 
xat annum debeo buie Reipublic» Florentinae, quo 
absoluto liber sum atque mese spontis» Interin;! cu- 
randum est, ut quod mutua corporum praesentia 
nobis intercipitur, litterarum vicissitudine crebri- 
tateque sarciamus. Vale. 

Fiorenti» xvi Kal. Maias i433. 



ii5 



IV. 

Franciscus Philelphus 
Amhrozio Monacho Camaldulensi. 

Uedi ad te antea nostrum Diona Chrysostomum 
patria PrusaBUsem quem ex graeco latinum reddidi 
ut docerem nostros homines captivitatem Hii non 
fuisse. Debes item cum eodem Dione litteras meas 
accepi^se quibus et de libris meis, et de me ipso 
quod seìre cupiebas ceftius factus es. In praesentia 
vero tibi sum virum commendaturus. Sacrae Pro- 
fessor Theologise Ludovicus Foroiuliensis ordinis 
Fratrum Minorum ad te venit. Quaedam buie causa 
est apud Antonium Massanum ordinis Generalem, 
quam poteris ex ipso Ludovico cognoscere coram» 
Cam boc mibi viro vetus est consuetudo ab usque 
Constantinopoli, quam ob rem ei mirifìce sum af- 
fectus, praesertim quod et doctus est egregie, ncque 
id ut ejus ordinis fratres solente et latine et grasce 
vetustatem sapit, et bis praeterea omatus litteris 
quas tu plurimi facis. Quare optimum factu censui 
. 8Ì et hunc tibi, et te buie amìcissimum efficerem, 
nam ut est in vetere proverbio, pare» cum paribus 
optima societas. Paucis tenes quid velim* Pergra- 
tam mibi rem feceris si dabis operam is intelligat 
me carum tibi et periucundum esse sibique quoad 



ii6 

poterìs et favorì et Consilio et subsidio prsesidioque 
fìiisse. Quod si fortasse huie meo Ludovico uUis 
pecuniis opus foret, curato ut tuis ad me litterìs 
quam prìmum certior fiam, quo possim iis ejus 
inopi» adesse: est enim ingenio verecundo, et qui 
malit vel incomodissime indigere quam petere. 
Vale. Ex Bononia Nonis Juliis 1428. 

V- 

Cosmo Medici. 
Frariciscus Philelphus. 

Hiquidem etsi tuam liberalitatem maximi facio, 
Cosme Medices, longe tamen plus ponderìs apud 
me habet singularis tua benevolentia: ex hac enim 
tua omnis erga me manat liberalitas. Itaque vel 
ex hac die animadverto quantam in te debeam spem 
constituere. Pecuniis vero in prssentia mihi prò 
divina benignitate nullis est opus. Quod si quando 
indignerò, novi apud quem mihi parat» sint. Tibi- 
que non minus gratiam habeo, quam si iis uterer. 
Màts mihi quoque conductae sunt in annum, atque 
soluta pensio, quo fit ut ne hac quoque in re tuo 
humanissimo beneficio uti queam. Csterum tibi 
persuade me ita esse tuum ut nihil sit magis meum. 
Proinde si quid in me esse cognoris quod tibi pos- 
sim gratificane tuum fuerit iubere, nam inihi iusst 



117 

capessere fas est. Vale Fiorenti» ex ^dibus nostrìs 
Prid. Kal. Jan. i43o. 

VI. 

Ambrosio Monacho Chamaldulensi 
Franciscus Phìlelphus. 

l^uo magia ea considero quibus me commonuìsti, 
eo magis quid consilii initurus sim nescio. Amici 
enim isti e genere mihi nati videntur piscium. Nam 
soli pisces ex omnibus animantibusmansuescerene- 
queunty ut tauros tamen illos excipiam, qui malunt 
emori quam mansuetudinem uUam admittere. Ipse 
tamen nulla in re pnetermittam officium meum. De 
Diogenis Laertii versibus quorum me jubesinterpre- 
tem, obtemperabo tus benivolentissim» voluntati. 
Vale. Fiorenti® ex aedibus nostrìs III «Kal. Jun. i43o. 

VII, 

Joanni LamolcB, Franciscus Philelphus. 

V elles me tibi infestum fieri litterarum crebrìtate 
At nihil est quod minus possim hoc tempore quam 
festinare, in hoc praesertim scribendi genere; sum 
enim tot negotiis impedi tus, ut nuUum relinqua- 
tur scrìbeiidi otium. De Nicolao Nicolo et Carolo 



ii8 

Aretino aliud nihil habeo novi quod ad te scribam. 
Idem esse perseverant qui coeperunt. Mala mens, 
malus animus. Ego tamen hosce homunciones non 
pluris facìo quam indus gangarìdarum culices pa- 
lustris. Vale. Fiorenti» III. Idus Augustas i43o. 

Vili. 

Franciscus Philelphus 
Petra Medici Cosmi filio Sai. 

lampridem et novi, et expertus sum precipuam 
tuam erga me ac summam benevolentiam. Equi- 
dem patrem tuum clarissimum gravissimumque 
virum non ansim accusare. Nam in hanc diem 
nuUam mihi, quod sciam, iniuriam intulit* Non 
possum tamen non mirari quod et familiares et do* 
mestici vestri omnes, alìi aperte mihi detrahant^ 
alii vero graviores, cum in me incidunt, nescio 
quid sumumussitant. At patruus tuus Laurentius, 
quotiens in eum incìdo, salutoque, non solum nihil 
respon^dety sed in alteram partem obliquat faciem. 
Sed bono animo sit, licet. Non enim hic diu futu-. 
lus sum. Et hunc istum et alios eius compliees 
me» onere presentì» omnino levare institui. Sed 
tibi gratias habeo» quod nulla unquam in rehonori 
meo commodisque defueris. Vale. Fiorenti» ex «di- 
bus nostris Nonis Maiis M. CCCCXXXIII. 



119 



IX. 



Oratione facta per lo excellentissìmo Oratore 
Messer Francesco Philelfo al Popolo Fioren^ 
tino delle laude di Dante nel principio della 
lettura del Poema. 

i^e lo splendido e lafnpeggiante fulgore de' nostri 
animi], ^spettabili e nobilissimi Cittadini, dal cor* 
poreo istnimento impedito non fosse, certo giam- 
mai sarebbe da alcuna tenebra d' ignoranza offii-* 
scato. Ma come sapientissimamente si dimostra pel 
gravissimo filosofo Senocrate, ogni verità nella per* 
fezione di lei cognoscerebbe. ILperchè essendo gli 
animi de' mortali in questa corporea fragilità e fa«^ 
stidiosa mole non altrimenti reclusi che in uno 
oscuro e tenebroso carcere, tutti comunemente sia- 
mo all' ignoranza suggetti. Non dunque senza ca- 
gione li prudentissimi Accademici solevano ripren- 
dere coloro i quali ardiscono alcuna cosa come ve- 
ra affermare. Però che se la verità, come il dottis- 
simo Plutarco con sottilissime ragioni si sfòrza di 
provare, é l'oggetto di sapienza a cui tutte P altre 
virtù non altramente che a sua regina sottoposte 
sono, assai manifesto ciascuno il quale afferma dire 
il vero, savio se confessa, è così di niuna eccelsa e 
trionfai virtù essere privato. Costui di quanta scio- 



120 

chezza abbondi » non oscuro Socrate dimostrava, il 
quale essendo dall'Oracolo Apollineo sapientissi- 
mo giudicato, soleva con somma urbanità respon- 
dere tal giudicio essere verissimo, conciossiacosa- 
ché estimando se ciascuno uomo esser savio e tutto 
intendere, lui sapeva solo una cosa che nulla sa- 
peva. 

E benché niuno sia né debba se riputare savio, 
pur meno uno che un altro è dalP ignoranza op- 
presso : la qual cosa parte procede da migliore 
composizione e temperamento de' nostri corpi, par- 
te da nostra diligenza ed industria la qual facil- 
mente soccorre, e con ottimi rìmedj porge aiuto ad 
ogni naturale mancamento e difetto. Demostene e 
Tullio erano da natura tardi ed ingiocondi nel pai^ 
lare: e qual fu però mai di tanta facondia, di tanto 
ornato, di tanta eleganza, di tanto eloquio il quale 
in alcuna minima parte comparare si possa con la 
foavità copia splendore della loro incredibile e 
quasi divina eloquenza? Socrate di cui poco avanti 
ai parlava, da uno in fisonomia peritissimo fu di 
natura viziosissima giudicato. E costui nientedi-* 
meno da tutti non meno per la continenza integri- 
tà e santimonia della onestissima vita, che perla 
sua maravigliosa e varia disciplina padre e princi- 
pe 'de* Filosofi fino al presente dì si tiene ed affer- 
ma. Però tennero costoro le ripugnanze « i de- 
trimenti, non altrimente nelle buone e laudabili 



121 



opere per loro solerzia, che Alcibiade, Lucio Cati« 
lina, Publio Clodio^ e Marco Antonio negli flagizj 
e scelleragini vincere ed opprimere per propria 
desidia e negligenza i favori e sussidj di natura* 
Ma certo felice colui e beatissimo chiamar si puo- 
te, alla cui buona sollecitudine la disposizione e 
Convenienza delle parti corrisponde corporee. Di 
tal perfezione fuor di Pitagora Samio, Platone, 
Senofonte Socratico e Gaio Giulio Cesare pochi e 
quasi ninno fra gli antichi si noma. Non fu egli 
assai fortunato? Certo le influenze celesti molto gli 
furon benigne, molto gli furono prospere, molto gli 
furon seconde, quando vediamo uno tale spirito es- 
sere dalla natura e divina provvidenza in que' tempi 
prodotto, alla cui perfezione nulla mancava. Chi 
fu costui? Chi fu? Ei fu il nobilissimo ed illustre 
poeta, lo eruditissimo filosofo e sublimissimo ma- 
tematico e prestantissimo teologo Dante Alighieri 
della cui maravìgliosa facondia immortale sapienza, 
divino ingegno, la singolare grandezza ed inaudita 
gloria non potrei facilmenre narrare, a cui più o 
la natura ò V industria tenuta ed obbligata fosse. 
Nel vero da tutte e due ebbe Dante presidio ed 
incremento mirabile in modo eh* io non ardirei al- 
cun altro degli antichi per mio giudicio preporgli. 
Una cosa non dubito da ninno mi fia negata, non 
essere giammai alcun altro stato nelP italico elo- 
quio da cui oltre l'armonica melodia del suo divino 



122 



poema più universalmente ognuno utilità prendere 
possa. E quale utilità dal suo poema possiamo con- 
seguire? Quella di cui ninna altra è maggiore nò 
più gioconda né più sublime. E che cosa più grata , 
più fruttifera, più necessaria , più felice esser ci 
puote che cognoscere il vizio con gli suoi tormenti 
e supplicjy cognoscere la virtù con gli suoi desiati 
meriti, cognoscere Dio a cui come a nostro unico 
ed ultimo bene dobbiamo drizzare ogni nostra 
opera, ogni nostro consiglio, ogni nostra intenzione 
e pensiero. Siccome con somma erudizione e gra- 
vità Aristotele descrive, così ogni arte ed ogni dot- 
trina come ciascuna operazione ed elezione umana 
appetisce e cerca un certo particolare bene, come 
un suo precipuo e necessario fine, e tutti gli beni 
particolari non tanto per se desiati sono da^ mortali, 
quanto per conseguire quel sommo ultimo e felice 
stato. Quanto maggiormente noi cristiani ci dob- 
biamo sforzare non solo civilmente, ma eziandio 
per solida e non simulata contemplazione volere 
cognoscere ed intendere quali sieno que' beni par- 
ticolari per i quali come per certi scaglioni e gradi 
possiamo ascendere e pervenire a quel!' ultimo 
anche più tosto a quel solo vero perpetuo e sem- 
piterno bene, al cui principato e gloria così le cose 
immortali e superne, come le inferiori e caduche 
son tutte universalmente sottoposte e soggette? 



123 

Ahi quanta è la nostra insipienza ovvero infor- 
tunio e miseria, i quali accecati dalle passioni, 
lasciata la ragione duce e guida della nostra vita, a 
ninna cosa che ai vani appetiti ai piaceri e diletti 
corporei e sordidi attendiamo, dimenticatici di quel 
divino e sapientissimo ammaestramento che a Del- 
fo era nel tempio di Febo scritto: conosci te medesi" 
ma: ciò è a dire, cognosci le eternali pene e cruciati 
della scellerata ed impia vita. Cognosci gl'immor- 
tali e sempiterni premj delle opere laudabili e 
gloriose. Scrivendo dunque eccellentissimi cittadi- 
ni, lo esimio ed. inclito nostro Poeta Dante di tal ' 
materia con soavissimo e mellìfluo eloquio, con 
acuto e perspicace ingegno, con dottrina incompa- 
rabile e quasi inaudita, cercando io far cosa la 
quale non meno utile che grata vi sia, costui solo, 
mi è parso degno il quale dal gravissimo e sapien- 
tissimo vostro giudicio ascoltato sia • Nella cui 
composizione e lettura se meno per avventura alla, 
vostra opinione soddisferò, son certissimo per vo- 
stra singolare umanità, non colperete la mia otti- 
ma volontà e divozione verso la vostra magnificen- 
za^ ma più tosto la difficultà del suggetto, e la 
imbecillità e debolezza del mio povero ingegno, 
ovvero dottrina. 



1^4 



Oratìone facta per lo excellentissìmo Ora^ 
tare Messere Francesco Philelpho al popolo 
Fiorentino delle laude di Dante excellentissir 
mo Poeta et Gravissimo Philosopho. 

xjLyendo maravìglioso et singulare desiderio excel- 
lentissimi Cittadini per alcuno mio merito conci- 
liarmi la gentile vostra et eximia benirolentia, et 
quella molto più stimando che alcuno altro mise- 
rabile tesoro, dopo molte considerazioni mi parve 
per niun altro modo potere a tal mio consiglio et 
laudatissima volontà più facilmente satisfare, se 
non se in quelle cose exercitandomi et di quelle 
con exaltatione et gloria e loda d*'esse parlando , le 
quali conoscessi a voi florentissimi cittadini dovere 
essere gratissime. Onde vedendo il divino Poeta 
Alighieri essere da voi meritamente et amato ed 
avuto in reverentia et divotione, con grande mia 
non dico faticha, la quale in chi ama essere noa 
può te 9 ma certo con infinita giocondità da ninno 
costrecto, ma dal già dicto proponimento senz* al- 
cun altro o pubblico o privato premio a ciò fare 
indoctOy cominciai quello poeta pubblicamente 
leggere. In la cui exposizione già sentendo non 
piccolo piacere ne prendevate, anch'io per lo si- 
mile Komma allegrezza et auavità ne pigliava. 
Laudava il mio consiglio, con dolce e gioconda 



memoria del mio primo pensiero mi ricordava, » 
del mio già conseguito intendimento meco lietis- 
simo godeva. Et certo avendomi la generosa vostra 
benignità cominciato non pocha aifetione verso 
me porgere, non solo fortunato ma felici89ifx%p me 
medesimo giudicava. O vana, o scioccha o stolta 
opinione de' mortali, o vita in ninna parte trstn- 
quilla, o riposo d'animo incostante mobile ad ogni 
tempesta sottoposto e suggetto! Quando io mi 
pensava P affannata e misera navicella della mia 
vita da molti contrarj venti per innanzi in questa 
gloriosa Città e da varj pericoli della scellerata 
invidia et pestifera ignoranza exagitata e abbattu- 
tar in quieto e tranquillissimo porto avere ridutta, 
isguardo da capo quella da inopinato e importiinoso 
turbine in alto et tempestoso pelago tra le gonfiate 
onde e ribalzanti procelle essere gittata. E chi è ca- 
gione di tanti suspecti? chi è principio di tante in- 
giurie? chi è autore di tanti oltraggi? chi è costui chi 
è? Nominerò io tal mostro? Manifestarò io tal cerbe- 
ro? dirollo io? Io certo il debbo dire, io il dico, io il 
dirò, io il dirò se la vita n'andasse! Egli è il maledi- 
co ed il prodigioso il detestabile. ed abbominevole.,. 
Ahi Filelfo taci, non dire, per Dio abbi pazienza: chi ^ 
se medesimo contenere non può te, male potrà al- 
cun altro d'intolleranza e d'incostanza ammaestra- 
re. Appresso l'empio e scellerabile furore, o vero 
più presto veneno della ignobile, vile et ignorante 



126 

et fastidiósa invìdia non par degno di cui nel co- 
spetto di sì nobile et generosa cittadinanza alcuna 
memoria si faccia. Assai dee bastare che la inclita 
città co' suoi magnifici eoUegj abbi manifestamen- 
te per pubblica deliberazione et sentenza dimostra- 
to niuna virtù potere dal vizio essere oppressa, né 
la irradiante luce di Febo potere dalle vane tene- 
bre di Plutone essere extincta. Questa sia la tutta 
mia vendetta, questa sia la tutta mia vittoria, la 
mia gloria, il mio trionfo « Questa sia tutta la mia 
risposta contro agPinvidi ed ignoranti sussurroni. 
Avendo dunque cominciato solo per vostra contem- 
platione a leggere spettabili cittadini il vago e il 
celeberrimo poema di Dante, e già di quello per 
me essendo esposti sette canti, e vedendo a voi tale 
lezione esservi non ingioconda, inumano e contro 
al mio desiderio primo sarebbe, se io non mi sfor- 
zassi con ogni diligenzar industria ed opera soddi^ 
efare ai vostri piaceri. Ed avvegnadiochè il leggere 
di questo divino poeta chiamato da ignorantissimi 
emuli leggere da calzolai e da fornai, quanta bene- 
volenza et favore m'ha acquistato presso la vostri 
magnificenza, in tanto odio e persecuzioni ha me in<- 
dotto presso de' miei invidi, non però mi ritrarrò 
dal mio onesto e laudabile principio, ma come for- 
te bellicosissimo Cavaliero seguirò la difficile e pe- 
ricolosa pugna, sempre a memoria riducendomi che 
ninno suole se di vittoria coronare senza il com'- 



la? 

battere, e la virtù nelle difficoltà e molestie più 
chiaramente dimostrare gli suoi splendidi raggi. 
Per la qual cosa voi chiarissimi cittadini con umil- 
tà e somma divozione vi prego in questa mia fa* 
tichevole e pericolosissima impresa strenuamente 
portandomi incoronarmi non dico di alloro o d*auro, 
ma della vostra egregia ed illustre benevolenza, la 
quale molto più estimare, che alcuni altri preziosi 
metalli ovvero lapilli. 



Francìsci Philelphi Oratio in princìpio pu^ 
bliccB lectioniSy quam domi legere aggtessus 
est^ cum per invidos publice nequiret. 

vJonsueveram annis superioribus viri IectÌ8simi,in 
huiusmodi public» lectionis initio eas sive discipli- 
nas, sive facultates, quibus publico munere essem 
obnoxius, prò virili mea illustrare laudibus, idque 
cum ob alias rationes, tum ob eam potissimum, ut 
auditorum animos attentiores, et alacriores ad au- 
diendum redderem. Id autem hoc tempore factu- 
rus certe non sum, nam et ea etiam qusB sive ad 
historì», sive ad poetieae, sive ad moralis sapienti», 
seu ad ipsìus denique eloquenti» vim usumque 
honestandum pertinerent, prioribus illis nonnullis 
orationibus accuratissime, ut existimo, et cumula- 



ia8 

tissime sum complexus, et ita vos ad audiendum 
promptissimos studiosissimos intueor ut ipsis pò- 
tius rebus, quam earum laudibus insistendum mihi 
censuerim. Accedit ad rem quod ita me quorum- 
dam inìuri» atque contumelia commoverunt, ve- 
xarunty perturbarunt, ita omnem mihi spem otii 
substulerunty ut tìx minima saltem ex parte coU 
ligere me ipsum quiverim ad h»c ieiuno etiam 
verbo in medium referenda qus summo a vobii 
opere expetuntur. Veniam igitur nobis dandam 
esse censebitis, si propter veterem morem nostrum 
nullis adhibitis aut vestrum, aut reliqui corporei 
cultus ornamentis, eximiam vobis virginem osten* 
dero. Aspicietis namque nudum, ac minime appa- 
ratum eloquenti» corpus verum et solidum, ut 
aiunt, et succi plenum, et quod propterea colore suo 
ac vero non fuco gipsoque intuentes alliciat. Ve- 
rum si quando nobis per hominum iniurias licue- 
rit, si iustitia caput inquam extulerit, si non fides 
si non rectumque perierit, si intercepta laborìbus 
nostri praemia restituta fuerint, et vestitu eam vobis 
auro, ac cetero cultu corporis perpoUentem osten- 
dam, et ita medius fidius ostend^m, ut saxeos 
etiam animos^ et corda ferrea ad se se amandam 
colendamque impellat. Nunc autem exadibus ora- 
toris clarissimi virginem ipsam accersimus. Quam 
si coram diligentius inspexeritis , eiusque forma 
venustatem, verecundiam , gestum, vocem, vul* 



1^9 

tumque metiri animo voluerìtis, indicabitis haud 
hanc virginem et puellam dum^axat , sed Deam 
profecto aliquam asseverabitU potiu8. Sed en ea 
egreditur: cuius maiorem in modum deprecor vel 
ìnce88um ipsum maiestatemque attendile. Finis. 
Fiorenti» X, Kal. Novembrìs MCCCCXXXI. 

XI. 

Andrea Juliano 
Franciscus Philelphus, 

xxrìstotelis Rhetorìcam ad Àlexandmm Regem 
q}iam nuper e3( graco in latinum converti mittam 
ad te propediem, et libenter quidem. Est enim 
res digna lectione tna^ acerrimoqne indieio. In ve-» 
nies profecto in ea quanto m summus Philosopbus 
valuerit eruditione dicendique elegantia. Itaque 
non possum non dolere, quod inscitia nostrorum 
hominum qui eius libri sunt ad nos traducti bar- 
bari adeo videantur. Sunt ab Aristotele dilucide 
scripti et disertissime. Sed quid ego h«c tecum lo- 
quor, qui aeque grsce atque latine sapiasf Verum 
me continere non possum quin stomacher, cum 
tantam nostrorum hominum vel nègligentiam, vel 
ignorantiam animadverto. Quare tu qui es doctis- 
simuSy aliorum errata corrige. 
Ex Florentia VI. W. Aprii. i45a. 

Tomo /. q 



I3ò 



Fallanti Strozzm 
Pranciscus Philelphus S. 

i^uotiiam gelo me tibi nihìl molestise aUaturtun^ 
81 quam sepissime utar officio beneficioquè tuo, te 
rogo in maiorem modum ut Plùtarchi Parallela ad 
me deSy eaque tantisper hospìtari apud me sinas, 
dum Lycurgi et Numae Pompilìi Vitas reddidero 
latina», id quod intra mensem effectnm reddam. 
Converti enimin latinum ex Xenophonte Socrati- 
co Rempublicam Lacedaemoniorum , et Agesilai 
Regis Laudationem, quibus propter historiae maio- 
rem cognitionem, Lycurgi etiam Vitam adderà i^- 
stitui, quacum ìdcirco Num» Regis Vitam con- 
nexurus sum, quoniam eam Plutarchus cum ìlla 
eomparanda contexuit. Vale. Florentias Non. Jul. 
i43a. 

Johannì Cornelio Viro Patricia- 
Franciscus Philelphus S. 

JL/uas Lysi» oratoris Orationes ad tedédì: alteram 
funebrem^-quae complectitur omnes fere Athenien- 
8ium rea gestas memorata dignas, alteram adversui 
Eratostenem adulterio rèum. Atque ita demonstra- 
tivo in genere altera versatur, altera in ìudiciali. 
Quantum autem ié nóbilissimus orator valuerit et 



i3i 

«rationis nitore, et argnmentorum subtilitate, non 
obfcure dìgnosci poterit ex istìs duabus Orationi* 
))U8, quanquam non sum ignarus id longe meliiis 
et clarius diiudìcari posse ex ilio floreo atque casti- 
gato dicendi charactere quo ipse grsce est usus, 
quam ex interpretatione mea. Tantum enim inter- 
est inter graecam et latinam nostram orationem, 
quantum inter Lysiam et Philelphum. Tu vero 
Qmnia prò tuo acerrimo iudicio expendas. Vale. 
Fiorenti» Vili Id. Jul. i43a. 

Lapo Fiorentino 
Franciscus Philelphus S< 

ìUi me audire Tolueris^nonCastelliunculum te post- 
kac ab obscuro nescio quo municipio, sed eadem 
ratione Florentinum appellabis, qua Lysia in Sici- 
lia natus Àtheniensem dici se maluit. Nolim enim 
qui et maiorum et tua sis nobilitate nobilis, Seri- 
phius quispiam existimeris. Sed hsc iioco sint die- 
ta. Legi quas in latinum ex Plutarcho Thesei Ro« 
mulique Vitas convertisti et semel et iterum, eis- 
que sum quantum ad orationis elegantiam attinet» 
perbelle delectatus. Fluit enim oratio ac nitet. 
Quod autem eas emendari a me vis hac in re tibi 
recipere nìhil possum: nam codex gracus quo et e» 
et alia Plutarchi Vitas continentur, mihi nuUus est, 
quQ enim aum usus, quo tempore Lycurgi et Numa 



1Ò2 



Pompili! Vitas latinas red(lidi, eum sum a Fallante 
Strozza viro prsstantisaimo mutua tus. Scis enim 
eodem codice quatuor a me opuscula dono missa ad 
Reverendissimum Cardinalem Bononiensem ALber- 
gattum. Lacedaemonìorum Rempublicam,et Regi» 
Agesilai Laudationem , et eas quas dixi Lycurgi atque 
Numae Vita». Itaque ne properes moneo, sed inquire 
omnia diligenti examine, ne des maledicendi ansas 
obtrectatoribus. Tuani cum Tlioma Reatino con- 
suetudinem non admodum probo: est enim iuvenis, 
ut audio^ flagitiosus. Quare tibi cavendum est ne 
contamines famam tuam. Ex Sena V Id. Septem- 
bris i438. 

XII. 

Ambrosio Camaldulensi 
Franciscus Philelphus S. 

iVlonueras me Ambrosi pater atque af&rmaras ni- 
hil esse mihi nedum metuendum^ sed ne cavendum 
quidem a Cosmo Medici. Nunc rursus scribis per- 
molestum et peracerbe ferre eundem Cosmum quod 
quisquam sit ausus mihi faciem inhonestare per 
multas Sicarii ìnsidias, seque paratum esse qui ul- 
tionem capiat, modo certe norit et quis tamen is 
fuerit, et ubi vel gentium lateat vel locorum. Ego 
quid tibi respondeam nihil habeo. Deum latere ne- 



i33 

mo pò test. Eum mihi ulto rem peto. Quantum au** 
lem ad me attinet omnis haec quam dehonestatio» 
nem vocas, insigne est virtutis. Vale Fiorentini ex 
xdibuB nostris. Nonis Juniis i433. 

. XIII. 

Danieli Veturio. 
Franciscus Philelphus S. 

i^use mihi vir gravissimus Andreas Maurocenus 
exposuit tuo nomine, facerem equidem non modo 
non invitus, sed et libenter et actutum, si id quod 
mones honeste praestare possem. Nam condicio 
quam mihi pvoponis, et honesta est et utilis. Cste- 
rum quoniam huic Fiorentina Reipublic» a me fides 
est servanda, non est mihi integrum ante constitu- 
tum tempus hinc discedere. Quare benefìcium istud 
omne in aliud tempus servetur oportet. Nam cum 
mihi licuerit, perlibenter utar tuo Consilio. Vale. 
Ex Florentìa Idibus AprUibus MCCCCXXXL 

Francisco Barbaro 
Franciscus Philelphus S. 

X^on probare te consilium meum quod non ad- 
mittam amplissimi tui Senatus conditionem, non 
possum equidem non mirari. Nam boni viri et 



|34 

gravis officium putas su» deesse fide! emolumenti 
maioris gratia? Idne utile arbìtreris, quod honestati 
adversaturf Scio me tuo florentissimo Senatui ac 
Tobis siugillatim Tiris patriciis omnibus, tibique 
in primis debere plurimum ob multa atque maxi- 
ma beneficia qu» et publice et privatim in me 
semper contulistis. Nec illud item me fugit apud 
Tos omnium maxime iusticiam haberì in pretio: 
cuius ut nosti fides est fundamentum. Sinlte igi« 
tur me fidem integerrime tueri erga Rempublicant 
Florentinam. Illud tibi bona fide poUiceor, cum 
primum tempus constitutum implero, me in yestra 
futurum potestate ni consilium hoc meum novus 
casus quispiam impedierìt. Interim tu causam 
meam constantissime tuere. Vale. FK)rentia tertio 
Nonas Junias MCCCCXXXL 

Leonardo Justiniano 
Franciscus Philelphus S. 

Oum litteras tuas etiam atque etiam exosculatns, 
ut sunt piena suavitatis et humanitatis tua. Vel- 
lem mihi integrum fore per hanc Rempublicam 
Florentinam ut uterer tuo amicissimo Consilio. Non 
enim debes esse oblitus, quanti ego te semper fc^ 
cerim ac facio. Sed sinc, obsecro, me esse similem 
mei hoc est fidem servare. Sum enim ut nosti adhu6 
obstrictus huic Reipublics Fiorentina» cui cum sa- 



233 

tÌ8 ut par est fecero, non obsequar solum, sed pa- 
rebo admonitionibus tuis, quas scio ex amantisai-* 
mo in me animo proficisci. Vix tibì expresserim 
quam vehemepter visere cupiam non te solum, sed 
divini ìngenii adolescentem Bemardum meum, 
quem ut immortalis Deus quam diutissime tibi imo 
nobis et salyum et incolumem tueatur, maiorem 
in modu;n opto. Vale. Fiorenti» XII Kal. August. 
MCCCCXXXI. 

Antonio Petruccio Equiti Aurato 
Franciscus Philelphus S. 

\^u» familiaris tuus renunciavit tibi, vera sunt 
omnia. Quod studium mihi tuum atque opepam tam 
humaniter polliceris cum perlibenter admitto tum 
gratias habeo tibi maximas, quod nuUis a me prò* 
vocatus officiis, perbenigne adeo de me promereri 
contendas • Et ut aperiam tibi animum meum 
omnem Fiorenti» diutius vitam agere nullo pacto 
ins^titui. Nam quanquam nihil habeo quod expo- 
stulem de Republica, tamen quoniam plus possunt 
pauci privati cives quam civitas universa, pericu- 
losum xnihi video certamen ìnter gladios et venena. 
Quare si honesta mihi, ut significas, apud vos con- 
ditio offeratur utar Consilio tuo. Vale. Ex Floren- 
tia Idibus Aprilibus MCCCCXXXIII. 



i36 



M(zmo Senensi 
Franciscus Philelphus S, 

jTf r proximum tàbellariuiD mercatorum 8uaYÌ88Ìmaf 

tuas atque perhumanas mi dulcissime Maerae acce pi 

Iittera8,quibu8 me amici88ime hortaris ut apudyos 

malim, quam apud Florentinos et yer8ari et esse. 

Nullis nec adhortationibus necadmonitionibus oput 

est: quid enim omnium est, quod malim quam apud 

Tos esse, quibus aeque sim aiFectus atque ipse mihif 

Cseterum qua sim conditione apud vos futurus, 

oper» pretium est scire. Itaque studendum est si 

me amas, sicuti. certe amas, ut hanc rem omnem 

per proximum nuntium examussim penitusque in- 

telligam. Nam si apud vos futurum tantopere cu- 

pitiSy id quod etiam ipse vehementer cupio, modo 

commode atque honorifice queat fieri, celeritate 

est opus, ne si serius rem decreverint qui studio 

disciplinarum liberalium sunt Prsfecti, apud alìos 

rem concludam. Florentìee enim diutius tempus 

terere in tantis invidorum insidiis nullo pacto in- 

stitui. Proinde facito me quamprimum certiorem, 

quantuin mihi pecuniarum Pi^efecti isti yestri stu- 

dii litterarii in singulos annos daturi sunt. Si pia- 

cuerit conditio, post huìus anni curriculum ct>n- 

tinuo ad vos ibo. Sin id minus, rem quieti dabimus. 

Vale. Ex Florentia XVI. Kal. Mai.MCCCCXXXIII. 



i37 



lannocìo Manetta 
Franciscus Philelphus S. 

X>^um rusticatunis te ruri diutius contines ^ ego 
in urbe otiosus esse non possum. Nam quo^ nosti, 
laqueos mihi undique tendere nunquam desìnunt. 
Quid consilìi capturus sim, haud scio. Apud vos, 
hoc est Fiorenti» sine magno rei periculo, vel la- 
bore Titam agere non licet. Qui vorticibus invidia 
in me astuant, eorum utuntur presidio , qui repu- 
blica ipsa sunt potentiores^ Quo fit, ut nullum mihi 
tutius consilium ofFeratur quam irruenti cedere 
torrenti, quem adversus si natare voluero, ne ab- 
sorbear vereòr. Quare cum legitimum tempus, quod 
prope est, percucurrero,abibo a vobis omnino. Si 
quaBsieri» quo, nondum est mihi satis constitu- » 
tum. Àut ad Bononienses me recipiam, aut ad Se- 
nenses: nam ab utrisque honestissime accersor. 
Quod ni putarem a me vobis iniuriam factum 
iri Mediolanum libentius concedérem. lUius Prìn- 
cipis Oratores qui hic sunt, multa mihi explorata- 
que poUicentur. Quid tu hac de re sentias, si ad 
me perscripseris, non invitus andiam consilium 
tuum. Idque ut e vestigio facias, valde te rogo. 
Vale. Ex Florentia XV. Kal. Maias MCCCCXXXIII. 



iS8 



Fallanti Strof&zm equiti aurato. 
Franciscus Philelphus S» 

v>(oncedéTem equìdem ad Petraiam, ut perhumani- 
ter me invitas, biduum tecum rusticaturus, si lit* 
terariis commentationibus stadere rusticatio est. 
Sed quo pacto otium nanciscar eundi ad te, quan- 
doquìdem usque adeo vexor assidue ab h te invi* 
domm impìa factione, ut semper esse cogar nei^ 
gotiosus. Itaque mihi ìgnoscas, licet quod miuuS 
in pmsentia utì queam tua benìgnitate • Vale spes 
mea. Ex Florentia XII. Kal Junias MCCCCXXXIIL 

Leonardo Justìniano 
Franciscus Philelphus S. 

J.ncrebuÌ8se apud te insidìas mihi tam impie pa«- 
ratas iam tandem per sceleratissìmum facinus e» 
mersisse in lucem, et perhumaniter. significai, et 
prudentissime amìcissimeque mones, ne diùtius 
Fiorenti» tempus teram , sed ad vos redeam. Ha* 
beo tibi gratias, quod nullum pretermittis^òfficium 
quo de me in dies magis àtque magis bèB0ìmerea- 
ris. Ego quid de me rebusque meis factiir«t sim 
nondum satis decrevi: sed te faciam propedìem 
certiorem de omni meo Consilio atque voluntate. 
Vale ex Florentia pridie KalJuliasMCCCCXXXUI. 



iS9 



ThoTìUB Sarzanensi 
Franciscus Philelphus 

In quanto sim bic vit» periculo atque discrìmine' 
constitutus, video te intelligere. Itaque adhorta- 
tionem tuam et probo et facio plurimi. Quare fue« 
rit tui munerìs ut quod Revered. Patrìs commnnis* 
que domini Cardinalis nomine mihi studium polli» 
cerisy id ita mihi perpetuum conserves atque au* 
geas, ut cum tempus, quo buie me Reipublica Fio^ 
rentins obstrictum nosti absolvero, certus mibi sit 
in Romana Curia et bonorificus locus. Nam ante 
constitutum tempus bine decedere non licet. Tu 
me communr domino commenda ac vale. Ex Fio* 
rentia Idibus luliis MCCCCXXXIII. 

Antonio Capanorensi 
Franciscus Philelphus S. 

vyblitus es piane ingenii consuetudinisque mesf« 
An minus meministi me non mediocri vitio dare 
solitum quibusdam nostri ordinis yiris istud ad 
quod me bortaris cauponari? Nam domi qnosque 
erudiendos babere pi-etio, quid aliud est quam cau>* 
ponulam profiteri? Nam putas me adeo demissum 
animo ut annui emolumenti lexagenorum aureo* 
rum gratia ludom velim exerceref Si quos onquam 



i4o 

apud me habere consuevi quos et docerem, et red- 
derem meliores^idiion pretìò, sed liberalitate sem- 
per atque gloriae gratìa', et feci et faciam, cum in 
amicos beneficium contulero. Quare si quo» tu ha- 
Left liberos, quos tui cupias fieri similes, ìstos. ad 
me non. frustra ire curaveris. Consulere autem pò- 
teris tuo isti Lucensi amico , filium suum ut mittat 
ìnstituendum vel ad Guarinum Veronensem, yel 
ad Victorinum Feltrensem; uterque vir doctus est 
et gravis. Vale. Ex Florentia XVI Kal. Maias 
MCCCCXXXIII. 

XIV. 

Fallanti Strozzce Equiti Aurato 
Franciscus Philelphus S. 

Jl ermagnum buie Reipublic» periculum ingens- 
que discrimen imminere animadverto: faciat Deus 
ut mentiar. Sive pereat Cosmus Medices, seu libe- 
retur, periculosum est. Nam ejus interitus sine 
multo rum civium decoctione, quorum pecunise cum 
illius sunt pecuniis mensario usu coniunctse per 
universam Europam, nunquam conquiescet. Vidi 
etiam beri, cum primum est auditum istum conie- 
ctum esse in carcerem, universam pene civitatem 
vario discordique sermone tumultuari. Quare si 
•tiam carcere fuerit liberatus,. nunquam, ut' est 



i4i 

animo ad vindictam prono, illatam obliviscetur 
iniuriam. Quid igitur faciundum censeo? Equidem 
haud scio. Video lupum teneri auribus. Consulat 
immortalis deus in medium. Tu autem si sapias, 
neutram in partem propensiorem te prsstabis. Quod 
ne sine reprehensione sis facturus ad Petraiam 
tuam concede, tantisper mansurus, donec aliorum 
stultìcia res decernatur. Vale Fiorenti» ex sdibui 
nostris VI. Idus Septembris MCCCCXXXIII. 

XV 

Johannì Aurispct 
Franciscus Philephus S. 

i^uod de Cosmo Medice, scire tantopcre desideras, 
is est relegatus ad Patavinos, et id quidem benefi- 
cio Pallantis nostri viri clementissimi et optimi. 
Nam Raynaldus Albizius, et Johannes Guicciardi- 
nus alìique pisrique eum interimendum consule- 
bant. Fertur autem minime obscure eum se grandi 
pecunia per corruptionem Bernardi Guadagni qui 
vexilliferum iustiti^e gerebat, aliorumque nonnul- 
lorum mortem effugisse. Ego autem ut minus sapio 
non admodum diu Cosmum relegationi obnoxium 
fore auguror. Nam qua arte se ab in|eritu vendica- 
vit, eadem relegationis ius omne pessundabit. 
Quantum vero ad me attinet, eodem sum Consilio, 



i4s 

qua ante esse cognosti. Vale. Ex Florentia Idibua 
Novembxibus i433- 

XVI. 

Andreuccio Petruccio 
Franciscus Philelphus S. 

/jinnum hunc Fiorentina debeo Reipublioc, itaque 
nolim uUìs praemiis Tel maximis eam quscunque 
est de me existimationein fraudari. Cum vero inte« 
grum mihì fuerit deliberandi ius, respondebo tibi 
ut par erity et ex certa animi sententia. Nam id in 
prxsentia non licet. Vale et nobilissimum gentilem 
tuum Àntonium Petruccium splendidissimum equì« 
tem auratum salvere vehementer opto. Ex Floren- 
tia Kalendis Jannuariis MCCCCXXXIV. 

XVII. 

Henerico Carreto 
Franciscus Philelphus S. 

j^Lta annus prope secundus prsteriit postea quam 
nuli» tu» sunt litter» ad me perlat». Itaque non 
debeo non subvereri effectum esse^ ut relictis mu* 
sis Yoluptati studeas ionge magisquamsoleres. Fac 
igitur ne postbac mihi iure sia accusandua. De mM . 



i43 

quod scire vis ventis utor secundioribus, cpii quam 
flint diu duraturi nil ausim afBrmare in tanta ho* 
minum inconstantia, varietateque animorum. Nunc 
ad id quod petis etc. ( passa a parlar di cose 
grammaticali ) Fiorenti® pridie Nonag Apriles 
MCCCCXXXXIIII. 

XVIII. 

« 

Fallanti Strozzai Equità Aurato 
Franciscus Fhilelphus S. 

\luo8 Priores et quam lustiti» Vexillìfeinni sor» 
dederit, vides. Prsterea quid astra minitentur, acu« 
tissime Galles ; Nec item ignoras, cum omnium pò- 
pulorum, tum potissimum florentìnorum quam ani- 
mi sint flexibiles, quam rerum novarum cupidi. 
Crede Philelpho tuo vel iuveni, cavendum esi a 
pecunia Cosmiana: est enim yir ille et yersutus et 
calliduSy et 9 ut nosti, tacitumus. Tantam oportuni- 
tatem nunquam sinet elabi sibi e manibus. Vale* 
^ Fiorentis^ ex aedibus nostris Kal • Septembrif. 
MCCCCXXXIV. 



,44 



XIX. 

I Antonio Petruccìo Equìti Aurato 
. Franciscus Philelphus S. 

Xxedditae mihi cum primum fuere litters tua, de- 
crevi omni sablata mora tuum sequi amicissimum 
contilium. Quare huius rei gratia istuc misi nun« 
cium hunc meum, ex quo intelliges menlem meam. 
Quidquid ergo mea causa is apud vos egerit, id a 
me actum scito. Nunc in te est ad vos eam simque 
apud vos futums. Vale Fiorenti» 4 J^^* Octobris 
MCCCCXXXIV. 

Leonardo Justiniano- 
Franciscus Philelphus S. 

J-jfFugi tandem vel maxime cum vita periculo 
naufragium Florentinum. Revocatus est Cosmus 
Medices ex reiegatione, ingenti pecuniarum vi. 
Omnes viri nobìles ac primarii ex urbe expulsi 
sunt, in quibus est Pallas Strozza vir sapientissi- 
mus, innocentissimus, optimus. Omnia sunt in po« 
testate turbulentissima multitudinis. Cosmus au- 
tem ipse ut simulat, dissimulatque omnia, clam 
impellit, ut quos ipse oderit, aut sua impia volun- 
tati adversaturos putat^ alii relegentur, aliì mul- 



• i45 

ctentur. Quod 6Ì qui eum adierint opem oraturi, 
eo8 pasci! verbisy estendi tque eiasniodi sibi res es^ 
se permolestasy et quo magis se quis supplicem 
prestata eo magis invìt^tur ad nocendum, ut ap- 
tissime dici queat illud Juyenalis:^z^^/e aliquid 
hrevihus gyariSy et carcere dignum. Si vis esse ali' 
quid etc» Ego me puto Senx fore quam commodìssi- 
me, modo tuto possim per insidias Fiorentina^. 
Vale. SensB Kal. Januariis MCCCCXXXV. 

XX. 

AenecB Silvio 
Franciscus Philelphus S. 

\^u« mihi scripsisti verbis Reverendissimi Cardi- 
nalis Sancti Angeli Juliani Cssarini perlibenter 
obirem, ubi Sacrum istud Concilium infra Italis 
terminos, non in Germania ac Basile» celebraretur. 
Nam me ex universa Christiana Republica dele- 
ctum esse interpretem in tanta Orientalium Eccle- 
siarum ac Romani Pontificatus dissensione, munus 
mihi profecto esset oblatum honorificentissimum. 
Vemm ego satis diu ac super peregrinatus sum 
extra Italia terminos, a quibus me abduci nullo 
patiar munere. Sin a Germanis ad Italos concilium 
transferretur, ut mihi videor augurar!^ utar Reve * 
rendissimi Cardinalìs Consilio , cui me ut quam 

Tomo I. 10 



i 



i46 

diligentissime commendes maximopere abs te peto. 
Tuas autem duas Orationes in Eugenium Pontifi- 
cein Maximum lectitavi quam accuratissime, qi^a- 
rum elegantiam probo equidem, sed argumentum 
ìpsum non laudo. Vereor enim tibi fore detrimen- 
tosum, quod ut credam auctoritas facit gravissimi 
hujus prudentissimique viri Johannis Faguani qui 
Sen» Legatum gerit prò Philippo Maria inclito Me- 
diolanensium Duce. Ait enim ignorare te principis 
sui mentem erga Eugenium Pontificem. Itaque tibi 
posthac cavendum reor ne quid scribas quod igno- 
res. Vale.Ex Sena III.Kal. Martias MCCCCXXXVI. 

<* 
Juliano CcBsarino Cardinali Sancii Angeli 
Apostolico Legato 
Franciscus Philelphus SaL D. P, 

V ideo te Pater Reverendissime non esse oblitum 
nostr» illius pristina consuetudinis, qua in Hun<- 
garia coniunctissime viximus, cumque auditor es- 
ses Reverendissimi Cardinalis Piacentini, et ego 
prò Serenissimo Imperatore Constantinopolitano 
Johanne Palaeologo Oratorem gererem apud nobi-» 
lissimum iilum Regem S'gismnndum. Habeo au- 
tem atque ago tu» amplitudini gratias immortales, 
quod eam mihi proponìs conditionem qu» non 
solum fructuosa sed honorìficentissima sit futura. 
Nam ex omnibus latinis me unum deligi qui et 



i47 

grsca latinisy et grscis latina in tanto et tam cele- 
bri illustrique Concilio de rebus maximis atque 
difScillimis sim interpretaturus non debeo non 
plurimi facere,et dignitatis mihi plurimum allatu- 
rum existimare. Caeterum iara me satietaa coepit 
peregrinationis, praesertim eius quae extra Italiam 
sit futura. Quare si Concilìum Basile» omnino aut 
in Germania sit futurum, beneficium istud omne, 
quod mihi humanissime proponis,nullis meis emo- 
lumentis admiserim. Quod si fortassis intra Italiam 
celebrabitur, utar equidem et Consilio, et benigni- 
tate tua: modo mihi tutum sit ut concilio intersim. 
Nam Florentia mihi non secus vitanda est quam 
pestilitas qusdam ac pernicies propter eorum in- 
sìdias, qui aliud nihil tanto studio moliuntur quam 
bonos et doctos viros e medio tollere. Non enim 
ignoras, quo pacto ipse tractatus fuerim, et quid 
mihi cavendum sit. Nullum video in Italia com- 
modìorem locum quam urbem hanc Senam ad 
tantum Concilium celebrandum. Vale. Ex Sena III. 
Kal. Martias MCCCQXXXVI. 



i48 



XXI. 

Antonio Panhormitce Poetce 
Franciscus Philelphus S. 

jDononiam, quod tibi voluptati fore certe scìo^ 
sum petiturus. Ita enim conveni cum amplissimii 
illìs ci vi bus, ubi non diutius sum futurus, cpiam 
inclitus Mediolanensium Dux Philippus voluerit: 
nam eodem die et a Duce ilio et a Bononiensibus 
conventionis accepi litteras, quibus ita sum usus, 
iit a neutris queam iure accusari. Verum mens mea 
Mediolatìum Bononi» prssfert cum ob alias ratio- 
nesy tum ob eam maxime , quo tutior sim ab insi- 
diis Florentinis. Tu me yelim divino isti Regi Al- 
phonso quam studiosissime commendes. Vale. Ex 
Sena Nonis Septembribus MCCCCXXXVIIL 

XXII. 

Alberto Zancario 
Franciscus Philelphus S. 

\J t certo noris me brevi apud vos fore, ìnstitui 
munus tibi mandare non iniucundum, hoc est ut 
mihi domum conducas et pulchram, et h onesta in 
vicinia. Pretio autem pensionis annu» nulli parci- 



i49 

to. Nosti enim eo me esse ingenìo, ^t nihil minus 
curem quam pecunìam: hanc semper mihi servi- 
lem duxi. Satis me nosti. Anni vero initium esto ad 
proxìmum Januarìum. Vale. Ex Sena III. Id. Se* 
ptembris MCCCCXXXVIII. 

XXIII. 

Lapo Fiorentino 
Francìscus Philelphus S. 

\^u» mihi scripsisti talia sunt, ut quid mihi ca- 
vendum sit moneant. Egisti tu sane et prò usitata 
tua erga me observantia, et prò boni viri o£ficio. 
Csterum ego iam in portu navigo, et huiusmodi 
sane portu, qui nullos formidet adversos vento- 
rum flatus. Vale. Ex Bononia pridie Idus Apriles 
MCCCCXXXVIIII. 

XXIV. 

lohanni TuscanellcB 
Francìscus Philelphus S. 

XJe mea voluntate quid aliud scribam tibi? Ego 
brevi futurus sum Mediolani, cum mihi primum 
per hos viros illustres et optimos licuerit: id quod 
non admodum diu cunctandum reor. Nam huma- 



loo 

nissimus et beneficentissimus ille Princeps per eos 
id curat, qui hac in urbe prò inclyto belli duce 
Nìcolao Piccinino rem gerunt. Nicolaus enim ipse 
hic summam potestatem est assecutus per factionem 
Bentiyolam. Tu interim vale et me ama ut soles. 
Ex Bononia IIII. Kal. Aprilei MCCCCXXXIIII. 



INDICE 



DELLE COSE PIÙ IMPORTANTI 



DI QUESTO PRIMO VOLUME. 



Clamando f Cardinale Legato Pontificio a 
Bologna) accoglie e colma di splendidi doni il 
Filelfo pag. a5 e seg 

ALBIZZI f Rinaldo degli ) nemico di Cosimo 
de' Medici y suo carattere pag. 69 e seg. Fa creare 
un nuoi?o Confalo niero da lui guadagnato, e fa 
imprigionar Cosimo e condannare all'esiglio 71 e 
seg.^ s^ oppone alla restituzione in Patria di Cosi^ 
mo 76 e seg. è condannato al l'esigi io 77. 

AMBROGIO (Camaldolese) amico e corrispon^ 
dente del Filelfo pag. 29 e seg, corregge alcune di 
lui traduzioni dal greco in latino 47* Origine di sue 
dissensioni con lui, ivi e seg. gli si conserva però 
sempre amico Ìi e seg. 

ANDRES (Signor Abate Z>, Giovanni) lodatq 
pag. XX. e 5o. 



ARETINO (Lionardo) uno de* primi a maneg^ 
giarsi perchè il Filelfo chiamato fosse qual Pro^ 
fessore a Firenze pag. 29. Commenda una tradur 
zione di lui 33. Là accoglie famigliarmente in sua 
Casa 52, 



B 



BARZIZZA (Gasparino) Precettor del Filelfo 
pag. 5. 

BESSARIONE (Cardinale) condiscepolo^ ami- 
co e protettor del Filelfo pag. 17, 

BROCARDO (Girolamo) tenta di far assassi- 
nare il Filelfo pag. 84* 



CASTIGLIONE (Signor Carlo Ottavio) lodato 
pag. XVI. 

COMI (Signor Professor Siro) lodato pag. xxi . 

COMO (da) Raffaele Precettor del Filelfo p. 5. 

CRISOCOCCA (celebre Professor Greco) Pre- 
cettor del Filelfo pag. 17; 



D 



DAVERIO (Signor Michele) er^comiato pag, 
XIX e seg. 



i53 



FRACANZANO (Bartolomeo) amico del jR- 
lelfo pag^ 8. // dissuade dalf abbracciar quelV abito 
religioso che in appresso egli stesso si elegge, ivi. 

FILELFO (Francesco) sua nascita e suoi primi 
studj in Padova pag. 4 « ^^g» È eletto Professor 
d* eloquenza in questa città. 6. Quindi a Venezia 
ivi. Vuol 'cestir l'abito di S. Benedetto ^ ma n*è diS' 
suaso. 8. È con pubblico decreto fatto Cittadin 
Veneziano, g. e segretario del Bailo di Costanti'' 
nopoli. ivi. È Professor di eloquenza a Vicenza, 9 
e seg. Parte per Costantinopoli, io e seg. Suoi stu^ 
dj in quella Città ed onorevoli impieghi^ e varj 
viaggi e vicende. 12 e seg. Suo ritorno a Costanti" 
nopoli e suo matrimonio. i5. Abbandona Constanti^ 
nopoli e ritorna a Venezia, ig e seg* Trova quella 
Città infetta dalla pestilenza , e lontani i suoi ami' 
ci. 21 • Fi apre scuola ma con poca sua utilità, ivi. 
Sue lagnanze. 22 Va a Bologna 2,ji^. Onorevole acco^ 
glimento che vi riceve. 25. È eletto quivi Professor 
d' Eloquenza e di Morale Filosofia. 26. Comincia a 
disgustarsi di Bologna per le fazioni e discordie 
popolari che vi ritrova. 27 e seg. Accetta le offerte 
che fatte gli vengono a Firenze^ e rifiuta i diversi 
partiti propostigli da altre Città. 3ò. Difficultà 
che gli vengono opposte al suo partir da Bologna. 



^54 

Si Parte da questa Città. 32. Sua tr adustione M 
eseguita. L. C. Suo arrivo a Firenze e distinzioni 
che vi riceve. 35 e seg. È invidiato da alcuni. 39. 
Sue inimicizie con Nicolò Nicoli e ori gin di queste, 
40 e. seg. Pubblico decreto contro di lui. 43. Altro 
pubblico decreto in suo onore, ivi. Sue vertenze 
con Leonardo Giustiniani J^, e seg. e con Ambrogio 
Camaldolese ed origine d* e ss e ^6 e seg. Scrive una ve^ 
lenosa satira contro il Nicoli 49* Si lagna di Cosimo 
e di Lorenzo d^ Medici 53. Duplice Cattedra da 
lui occupata a Firenze 55. Varie opere da lui com^ 
poste a Firenze ivi e seg. Fa rivocare il decreto che 
diminuiva il salario de' Professori 61. Fa rivocar 
Valtro decreto che il detto salario aboliva del tut" 
to 6a, MeTia fasto per questi trionfi 63. È pubbli'- 
camente insultato e ferito 64 e seg. È invitato in 
varie città 66. Sua indecisione 67. Si risolve di 
rimanere a Firenze 74 ^ seg. Sue Satire contro 
Cosimo j e gli emuli suoi 75. Va a Siena 78. Suoi 
elogi di questa città ^ ivi. Sue Satire contro i Medici 
79 e seg. È dichiarato dal governo Fiorentino ri^ 
belle e proscritto 80 e seg. La sua vita è novella^ 
mente insidiata 81 e seg. Sue macchine contro la 
vita di Cosimo e d'altri Fautori di Cosimo 85 e seg. 
Niega di riconciliarsi con Cosimo 86 e seg. Opere 
da lui composte a Siena 87. VarJ inviti avuti da lui 
89 e seg. Parte alla volta di Bologna g5. RifleS'^ 
sioni sulla sua condotta a Firenze ed a Siena ivi 



i55 

e seg, È contento in sulle prime di Bologna, poi 
gli è molesto quel soggiorno per le disili discordie 
che vi ritrova^gg e seg. Sua opera ivi composta, loo. 
È invitato dal duca Filippo Maria Visconti a 
Milano, loi. Parte improvvisamente da Bologna e 
perchè^ i©a. e seg. Va a Milano ^ io3. Va a Pavia, 
io5. Vi sta in qualità di pubblico Professore, ivi. 
Torna stabilmente a Milano e distinzioni che vi 
riceve. io6. 

FI LELFO (Giovanni Mario figliuolo d} Fran^ 
Cesco J fugge improvvisamente dal padre pag. ioa; 

FONTANA ( Gabriele Pavero ) Scrittor della 
Vita del Filelfo pag. VII. 

FOPPIO ( Giovanni Arrigo ) scrive la vita del 
Filelfo pag. XII. 

FULGOSO ( Raffaele ) Precettor del Filelfo 
pag. 5. 

FURIA f del ) Signor Professore Francesco lo^ 
dato pug. XX e 67. 



e 



GIOVANETTI (Pietro } medico valoroso ami-- 
co del Filelfo pag. 81. 

GIUSTINIANI (Bernardo ) discepolo e prot- 
tettor del Filelfo pag. 7. 

GRISOLORA (Giovanni ) Precettore e suocero 
del Filelfo pag. 11, sua morte 17. 



i56 

GRISOLORA (Teodora) sposa del Filelfo pag. 
i5. Suo illustre lignaggio e sue virtù i6. 
GUARINO (Veronese) amico del Filelfo p. 7. 



LANCELOT ( Signore ) sua vita del Fileìfo 
pag. XIII. Suoi errori io, 11, 12, %o. 



M 



MAQLIABECCHI (Antonio) suo errore p. 35. 

MAZZUCCHELLI ( Signor Abate D. Pietro) 
encomiato pag* XVIII. e seg* 

MEDICI ( Cosimo da') Accoglimento ed offerte 
da lui fatte al Filelfo pag^ 36 e seg. Va a Verona 
54. E imprigionato 72. Corrompe con danari il 
Gonfaloniero 73. Va in esiglio a Padoi^a i{?i e seg. 
È richiamato 77. 

MEDICI ( Averardo de*) parente e fautore di 
Cosimo pag. 68, 

MEDICI ( Giovanni de*) padre di Cosimo, suo 
carattere pag. 68. 

MEDICI (Lorenzo il vecchio ^ ) suo carattere 
pag. 53. 

MORELLI (Signor cavaliere Don Jacopo) 
lodato pag. Vili. 



i57 



N 



KfAPIONE ( Signor Gianfrancesco Galeani ) 
lodato pag. XX» 

NTCERON, sua vita del Filelfo pag. XII. 

NICOLI f Nicolò ) uno de* capi a chiamar il 
Filelfo a Firenze qual Professore pag. ap. Suo ca^ 
ratiere 89. È preso in sospetto dal Filelfo di cui 
diventa nemico ivi e seg. Motivi di ciò J^i e seg. 



POGGIO ( Fiorentino ) sue invettive e calunnie 
contro il Filelfo pag. 5, 7, 9, 11, 17, a5, 87, 40^ 5a, 
80^ 84 ^c. 

PUCCI ( Puccio ) capo a favorire la fazione de^ 
Medici, che da lui si nomava pag. 68^ suo carat" 
tere ivi. 



QUERINI f Pietro ) Bailo di Costantinopoli 
ove conduce in qualità di suo segretario il Filelfo 
pag. 9. 



V 



iSt 



s 



SASSI f Giuseppantonio ) sua opinione esamÌF^ 
nata pag. i5 e seg. 

STROZZI f Palla } amico e fat^oreggiatore del 
Filelfo pag. 29. È seguace^ ma moderato ^ della 
fazione contraria ai Medici 72^ 77. È esigliato ii^i» 



TESTA f Signor Dottore Francesco ) encomiata 
pag. XXI 6 11. 

TIRABOSCHI ( Girolamo ) sua opinione con- 
futata pag. H. 

y 

VENEZIANO ( Paolo dell'ordine degli Ere- 
mitani) Precettor del Filelfo pag. 5. 

VESPASIANO (Fiorentino) Scrittor della vita 
del Filelfo pag. VI. citato pag. 55. e 99. 

U 

UZZANO f Nicolò da ) capo della fazione 
contraria ai Medici pag. 59^ suo carattere ivi e seg.